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mercoledì, settembre 30, 2009
 
10. Die Friedhofskatze

17:59. Mancava un minuto alla chiusura del cimitero. Io e la mia amica Lotte, in visita da Berlino, sembravamo essere gli ultimi visitatori. Ci stavamo dirigendo verso l’uscita, eravamo un po’ persi: io, piantina del cimitero alla mano, cercavo di trovare la strada più breve e far presto; Lotte cercava di dare suggerimenti basandosi sul suo senso dell’orientamento e ogni tanto si fermava a fotografare le ultime imperdibili tombe. Di fronte all’ennesimo angelo, ennesima foto, ma da dentro un cespuglio è uscito un miagolio, seguito da un gattino nero. Grande emozione, il gattino era molto carino e si è subito rivelato anche molto socievole. A Lotte si è aperto il cuore, a me anche ma appena un po’ meno. Quando entrambi abbiamo lasciato cadere le nostre borse, ci siamo accucciati e il gatto ha cominciato a strusciarsi, era chiaro che rischiavamo di rimanere chiusi dentro e dover trascorrere la notte col gatto in cimitero. Dopo un paio di minuti di effusioni (e un mio tentativo di fargli bere dell’acqua da una bottiglietta), ho deciso che era davvero ora di uscire. Ho raccolto la mia borsa e ho detto: “Komm, wir müssen raus hier”. Anche Lotte si è alzata e ha fatto due passi verso di me: il gatto l’ha seguita miagolando. Si è fermata, l’ha accarezzato, poi ha fatto altri tre passi. Il gatto continuava a seguirla. Di quel passo, ci avremmo messo mezz’ora a guadagnare il cancello. “Guarda. Vuole venire via con me”, ha esclamato Lotte.
“Lo vedo. Ma dobbiamo uscire. Eh, gatto, vuoi venire con noi a Berlino?”.
“Oh, Ale! Guardalo!”.
“Lo vedo. Andiamo. Oh, dio... ”.
Mi sono diretto verso le Gallerie di Levante e sono uscito sul cortile centrale. Dalla portineria un custode mi ha fatto segno di sbrigarmi. Mi sono voltato: Lotte non c’era. Speravo che si fosse liberata del gatto? Beh, mi sbagliavo. Ah, come mi sbagliavo! L’ho vista arrivare, croissant alla marmellata di albicocche alla mano, gatto alle calcagna.
Cinque minuti dopo avevamo superato il cortile, oltrepassato il cancello ed eravamo ufficialmente fuori dal cimitero. Prima io, subito dopo Lotte e infine, con un balzo tra due sbarre, il gatto. In quei cinque minuti io mi ero scusato col custode per il ritardo e gli avevo spiegato che il gattino ci seguiva, non sapevamo come comportarci, la mia amica stava pensando di… portarselo via e… non so, lui che diceva? “Eh, qui è pieno di randagi. Questo è piccolo. È sicuramente nato qui. Ci sarà anche la mamma da qualche parte. Per quel che mi riguarda potete anche portarvelo a casa. Qui comunque c’è una signora che viene ogni giorno a dar da mangiare ai gatti”. Fuori dal cimitero, seduti sul selciato, ho spiegato a Lotte la situazione. “Hai visto come ha mangiato voracemente il croissant?”, mi fa.
“Sì, ho visto. E non so neanche quanto bene gli faccia la brioche all’albicocca, ma va be’. Comunque il custode ha detto che qui non muore certo di fame”.
“E dove troverebbe da mangiare, scusa?”.
“Ma i gatti randagi sono abituati a procurarsi il cibo da soli. E poi, ti ho detto, c’è questa gattara che viene qui ogni giorno a portargli da mangiare”.
“Ma, Ale, ti rendi conto? Questo gatto mi ha seguita fin qui. Ale, da quant’è che voglio un gatto? E poi, scusa, un gatto NERO trovato in un CIMITERO… ITALIANO. Voglio dire...”.
“No, su questo hai ragione. Non potrebbe essere più perfetto”. Potevo io distruggere la favola gotica di ambientazione italiana che Lotte stava vivendo? No. E quindi ho deciso di assecondarla.
“Ma è un maschio o una femmina?”.
“Non saprei. Guardiamo. Mhmm, una femmina, credo”.
“Una gattina. E come la vuoi chiamare?”.
“Non so. Tu che dici?”.
“Cimiterina”.
“Cimiterina? È troppo lungo”.
“La puoi sempre chiamare Cimi, oppure Terina”.
Mentre Lotte, ormai sdraiata sul selciato con l'animale che le dormiva in grembo, cercava di godersi questo sogno della gatta che l’avrebbe seguita fino a Berlino (ma sul suo viso mi sembrava di intravedere la consapevolezza di come sarebbe andata a finire questa avventura…), io mi sono calato nella parte della persona razionale e ho cominciato a riflettere sul da farsi: come organizzare il trasloco del felino dal Monumentale a Neukölln? Era domenica sera. Lotte aveva un biglietto Easyjet per Berlino per martedì sera. Dove avrebbe alloggiato la gatta? Andava fatta visitare da un veterinario, subito. Bisognava procurarsi una di quelle valigette da trasporto gatti, e sapere cosa bisogna fare per far volare un gatto… Ok, una cosa per volta. Prima di tutto dovevamo chiedere all’amico che ci ospitava a Milano, che di gatti in casa ne ha due, cosa pensasse del nostro folle proposito. Dopo un breve scambio di sms, mi ha chiamato. A casa sua Cimiterina non poteva stare perché i suoi gatti non sono vaccinati. Mi ha spiegato dei vermi e dei parassiti dell’orecchio e della cosiddetta AIDS dei gatti. Gentilmente mi ha segnalato una clinica aperta 24 ore su 24 e mi ha espresso i suoi dubbi circa la possibilità di ottenere entro martedì le carte necessarie per far salire la gatta in aereo. Ci voleva una serie di vaccinazioni per poter ottenere un libretto sanitario e senza libretto nessuna compagnia avrebbe permesso a Lotte di far volare l’animale.
Ho spiegato il tutto alla mia amica. Se voleva portarsi via la gatta, doveva innanzitutto decidere dove avrebbe dormito per le prossime due notti. Si è dichiarata disposta a prendere una stanza in un qualsiasi albergo. Avremmo trovato un albergo che accetta animali? Avremmo chiesto alla clinica se la gatta poteva dormire da loro. E quanto sarebbe costato. Bene, allora, cartina alla mano, ho cercato di localizzare questa clinica. Trovata. Era abbastanza distante dal cimitero, ma forse era raggiungibile con l’autobus 90. O 91? Non ricordo mai quale dei due fa il giro in senso orario e quale in senso antiorario. Comunque. Bisognava trovare la fermata di questo 90 o 91. Su una panchina in lontananza ho visto due ragazzi che chiacchieravano. Li ho raggiunti – erano due emo di origine asiatica – e ho chiesto:
“Scusate, sapreste dirmi se il 90, o 91, passa da queste parti?”. Mi hanno guardato perplessi e uno dei due mi ha risposto: “Non lo so”.
“Ok. Grazie comunque”. Due panchine più in là c’era un signore circondato da borse e giornali. Mi sono avvicinato e ho chiesto a lui. Era molto amichevole e mi ha spiegato per filo e per segno come arrivare a questa clinica. Avremmo dovuto fare una passeggiata dal cimitero alla fermata di non so più quale tram e poi cambiare non ricordo più dove. Mioddio, col gatto! Va be’, speriamo bene. L’ho ringraziato e sono tornato da Lotte. Mentre lei metteva al guinzaglio Cimiterina, usando una stringa delle sue scarpe da ginnastica di una nota marca tedesca, io telefonavo alla clinica.
“Bene. Hai sentito? Hai capito che mi ha detto?”.
“Un po’…”.
“Niente, mi ha detto che possiamo portarla da loro e che la visita costerebbe 50 euro. Basta che non arriviamo alle 2.00 di notte, altrimenti il medico di turno la uccide. Per quanto riguarda il viaggio, la tizia ha confermato che non è possibile ottenere una tessera sanitaria in due giorni e che sull’aereo non te lo fanno portare. Neanche in treno in realtà, perché al confine gli svizzeri ti chiederebbero i documenti. Non so, potresti sempre andare a Verona e poi passare per l’Austria… Comunque, ora dobbiamo metterci in marcia. La clinica non è vicinissima. Poi dobbiamo anche capire come risolvere la questione del pernottamento”.
“Cimiteria non potrà stare da loro?”.
“Cimiterina. Cazzo, mi sono dimenticato di chiedere! Va be’, ci diranno. Su, andiamo”.
La gatta non era facile da gestire col guinzaglio. Lotte ha deciso che andava allungato e così ho sacrificato, malvolentieri, un mio laccio. Di una nota marca giapponese. E così abbiamo iniziato la lenta avanzata verso via Farini. La gatta si fermava ogni tre metri. A un certo punto ci ha addirittura abbandonati per andare a farsi accarezzare da due tizi seduti su un marciapiede. Lotte nel frattempo sembrava sempre più sfinita e disillusa. Io rispondevo agli sms che ricevevo dall’amico coi gatti in casa e da Lupo, che era stato informato dal suddetto amico. Erano preoccupati.
“Ma che fa?”.
“Eh, ha trovato dei nuovi amici”.
A quel punto Lotte si è messa a starnutire. “Ecco. La mia allergia”.
“Oh, Lotte. Come si fa?”.
“Eh, come si fa. Non si fa”.
Ci siamo seduti.
“A casa di *** non hai avuto problemi in questi giorni”.
“No”.
“In effetti non c’è stato contatto diretto coi gatti, col fatto che non si lasciano accarezzare... Cimiterina invece è da... oddio, due ore che te la spupazzi”.
Niente, grande tristezza e disincanto: portarsi la gatta a Berlino era fuori discussione. E da lì è iniziata la commedia dell’addio alla gatta.
Si era già stancata dei due tizi seduti sul marciapiede ed era tornata da noi. Non riuscivamo ad allontanarci da lei senza che ci seguisse. Chiaro, ormai era avvenuto chissà quale imprinting. La strada di fronte a noi era trafficatissima e Cimiterina sembrava non aver mai visto delle auto in vita sua. Non sapeva gestirle. Se avessimo attraversato la strada e lei ci fosse venuta dietro? Dovevamo farla tornare in cimitero. Abbiamo provato ad avvicinarci all’Entrata Israeliti. Ho infilato la testa tra le sbarre e ho provato a chiamare sua madre, o un gatto qualsiasi. Lei con un balzo ha superato il cancello… dentro! Si è fatta due giri miagolando, noi abbiamo fatto due passi verso lo stradone e lei è uscita. Proprio in quel momento passava un ragazzo col suo cane. La gatta si è lanciata contro il cane, lui si è impennato, le ha abbaiato contro, lei è scappata e si è arrampicata su un albero. Secondo atto: La gatta sull’albero.
Non sapeva come scendere. Miagolava. Io temevo che si potesse impiccare a un ramo con quel cazzo di guinzaglio fatto di lacci da scarpe. Diomadonna, sono le otto passate. Niente, non sapeva come si scende da un albero. Lotte ha provato ad allungarsi. La chiamava: “Cimiteria, vieni giù, dai”.
“Cimiterina”, precisavo io.
“Ale, non ci arrivo. Prova tu che sei più lungo”. Io riuscivo a sfiorarle una zampina. Mettevo le mani a ciotola e cercavo di farle capire che doveva appoggiare una zampa sulle mie mani e saltar giù. Niente. Però sono riuscito a recuperare il mio laccio, annodato a quello di Lotte legato attorno al collo di Cimiterina. Ho quindi iniziato a vandalizzare l’albero, spezzando uno dopo l’altro i rami attorno alla gatta. Non so bene cosa volessi ottenere. Che mi cadesse in testa forse. “Ora capisco perché la gente chiama i vigili del fuoco in questi casi”, ho detto. “A proposito, hai visto che un minuto fa è passata una camionetta dei vigili del fuoco?”. E quindi? Mah. Ho cercato di attirarla al suolo con un pezzo di croissant. Tsè. Le ho parlato per tranquillizzarla. Lei si rigirava sul punto di attaccatura del ramo al tronco, guardava in basso, si lamentava, non osava saltare.
Lotte mi ha chiesto di prenderla in braccio e sollevarla in direzione della gatta. L’ho fatto. Riusciva a toccarle le zampe posteriori, ma Cimiterina nel frattempo si era messa comoda e sembrava volersi far accarezzare. Lotte è scoppiata a ridere e io, per sfinimento, pure e l’ho posata a terra. Per farla breve, al secondo tentativo di sollevamento Lotte siamo finalmente riusciti a far sì che l’animale abbandonasse l’albero. La mia amica ha recuperato anche il suo laccio dal collo della gatta, che tornava così a essere randagia a tutti gli effetti.
Ho quindi riprovato ad avvicinarmi a un cancello e a chiamare un gatto – uno dei tanti che, secondo il custode, vivono nel cimitero – che venisse a prendersi Cadaverina, o come cazzo la volevamo chiamare. Nessun gatto in vista. Stesso gioco di prima: lei mi raggiunge, fa un balzo tra le sbarre ed entra in cimitero. Si fa un giro e poi torna fuori. Allora mi sono fatto dare da Lotte un altro pezzo di croissant e l’ho lanciato oltre il cancello. La gatta ha seguito la tipica colazione italiana atterrata chissà dove e noi ci siamo allontanati. Dopo venti secondi l’abbiamo sentita miagolare, ci siamo voltati ed eccola lì che ci veniva incontro. A quel punto Lotte ha detto, tra due starnuti, che non se la sentiva proprio di attraversare la strada per poi vedere la gatta che, rincorrendoci, veniva stesa da un’auto.
“Chiaro. Nemmeno io voglio che finisca sotto una macchina. Stiamo appunto…”.
“E quindi?”.
“E quindi stiamo qui finché non riusciamo a farla entrare in cimitero e rimanerci. Dai, proviamo a fare il giro e vedere se sul retro c’è un altro cancello... ”.
“E poi?”.
“E poi lì vedremo, magari c’è un altro gatto là dietro che la chiama a sé. Non so... ”.
“No, Ale. Non funziona. Hai visto che lei entra e un minuto dopo esce e torna da noi. Ormai ci seguirà ovunque”.
“E quindi?”.
“E quindi io me la porto lo stesso a Berlino e poi, visto che non posso tenerla, perché è chiaro che sono allergica, la do via… a qualcuno”.
No, questa no. Ero disposto a sostenere Lotte nel suo intento se la gatta nera del cimitero italiano fosse diventata la sua gatta. Ma spendere chissà quanti soldi e farsi un culo quadrato per portarla a Berlino e poi darla via, no. Cazzo, avevo già scritto a Lupo e all’amico che la gatta rimaneva a Milano e che l’avventura stava volgendo al termine.
“Chi conosciamo che potrebbe volere un gatto?”.
“Ma, Lotte, ti rendi conto di quanti soldi e quanti scazzi…?”.
“Ale, io non la lascio qui a farsi investire”.
“Ma chiaro, nemmeno io voglio che la investano, però…”.
“Dai, chi potrebbe volere un gatto?”.
“Oddio, non so. Andreas…”.
“Certo, Andreas! Chiamalo. Chiedigli se la vuole, spiegagli la situazione…”.
“Ma Andreas la prenderebbe senz’altro ora che gli è scappato il gatto. Il punto è che mi sembra pazzesco... ”.
“È vero. Hai ragione. Dai, riavviciniamoci a quel cancello intanto. Certo che sarebbe meglio se rimanesse qui, ma se non ci abbandona... Tu intanto chiedi, sentiamo cosa dice Andreas”.
Ci siamo seduti su un gradino sotto una di quelle inferriate, la gatta si è seduta tra noi due. Poi si è sdraiata. Nel frattempo io e Lotte continuavamo a discutere. Discuti che ti discuti, io stavo scrivendo un sms chilometrico ad Andreas, a un certo punto Lotte mi fa: “Si è addormentata. Dai, andiamo”. Ci siamo alzati, cercando di fare piano, e ce ne siamo andati. Stanchi e amareggiati.

Ale


postato da t.lupo | 15:18 | commenti (3)


giovedì, settembre 24, 2009
 

9. ‘800 (seconda metà)

L’ho pensato la prima volta osservando il monumento alle Cinque Giornate. Milano è piena di pacchianate ottocentesche. Tutto questo pathos, questa magniloquenza, questo melodramma. Sembra di stare all’opera.
Il Cimitero Monumentale è un delirio di patetismo: tutto pose, gemiti e carezze. E quintali di marmo, granito e bronzo. Che angoscia! Non stupisce che poi agli inizi del Novecento le avanguardie abbiano voluto fare piazza pulita. Con la mia amica Lotte, che è venuta a trovarmi da Berlino, ci ho pure fatto una mezza litigata. Lei difendeva il Monumentale e l’Ottocento tutto, e non approvava la mia definizione di “kitsch”.
Alla fine comunque in cimitero ho constatato di non essere del tutto immune al fascino di questo secolo. In fin dei conti da adolescente ero appassionatissimo di decadentismo ed estetismo. Perfino Il piacere di D’Annunzio mi era piaciuto. Dopo mezz’ora di passeggiate tra una tomba di famiglia e l’altra, da un monumento funebre all’altro, le mie resistenze e il mio dissenso sono andati a farsi fottere ed mi sono sciolto nel sentimentalismo. Per poco non mi mettevo a cantare: “Mamma!”, mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi “Per la tua piccolina non compri mai balocchi. Mamma, tu compri soltanto profumi per te”. Okay, la canzone è del 1929, ma lo spirito è tardo-ottocentesco a mio avviso.
Breve salto indietro nel tempo: mia nonna mi cantava questa canzone quand’ero bambino. Era sempre mattina, prima di andare all’asilo (o a scuola?). Me la cantava dopo aver fatto colazione, mentre si truccava. Ricordo l’odore della sua acqua di rose Roberts e il sapore dell’impasto di zucchero e caffè in fondo alla tazzina che lasciava incustodita sul comodino.

E che dire poi di questa architettura storicista? “Neo” di qua, “neo” di là. Il Museo Poldi Pezzoli ne è un fulgido esempio, a partire dalla fontana neobarocca in fondo alla scalinata che porta al primo piano. Per finire con lo studiolo medievaleggiante di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Ma in fin dei conti alcune di queste cose non mi dispiacciono affatto. Anche Berlino abbonda di eclettismo storicistico. Forse è stato proprio il mio recente studio del gründerzeit a rendermi più recettivo verso questo tipo di architettura.

L’ultimo giorno a Milano ho voluto visitare la mostra a Palazzo Reale sulla Scapigliatura. Se non altro perché uno dei libri che mi ero portato da Berlino (e poi non ho letto) era Fosca di Tarchetti.
La mostra è stato l’apice del mio trip “tardo ‘800” tra dissenso e partecipazione. I quadri di Tranquillo Cremona sono coloratissimi e appiccicosissimi (Povero ma superbo. Piccolo ciociaro), ma a volte anche foschi e inquietanti (Ritratto di Costanto Bonfiglio). Per Daniele Ranzoni vale lo stesso: ne I ragazzi Troubetzkoy col cane sembra aver usato colori a miele piuttosto che a olio. Ma il Ritratto del padre, dipinto poco prima di suicidarsi, fa girare la testa da quanto è doloroso. Quasi munchiano. Questi scapigliati sono puro Ottocento ma, nei loro quadri più sperimentali in fatto di liquefazione ed esplosione della realtà nella luce e nel colore, sembrano aprire la strada ai futuristi. Certe cose sono kitsch bello e buono (Giuseppe Barbaglia: Bagno pompeiano o Gaetano Previati: Paolo e Francesca), altre sono di un ardito spiazzante. I miei preferiti: Mosè Bianchi: Il feudatario. Vespasiano Bignami: Una seduta del Comitato ordinatore della presente Indisposizione. Filippo Franzoni: Paolina. E il ritratto del padre di Ranzoni.
Nella sala dedicata ai paesaggi urbani ho pensato che dev’essere stato davvero radicale il riassetto urbano subito da Milano a fine secolo. In un dipinto di Giovanni Greppi si vede l’abbattimento del Rebecchino in piazza Duomo. In altri delle vedute dei navigli che non vedremo mai più. Sul pannello che illustra il contenuto della sala si parla degli “sconvolgimenti urbanistici” degli anni ’70 dell’800 e si cita “il nostalgico Emilio De Marchi”, secondo il quale in quegli anni la città da “Milanin” è diventata “Milanon”. Monumentalità, appunto. Ed è stato buffo scoprire, in una delle sale dedicate alla scultura, che il monumento di piazza Cinque Giornate è opera di uno scapigliato: Giuseppe Grandi.

Per chiudere in bellezza, in una libreria del centro mi sono comprato La vispa Teresa di Luigi Sailer (1825 – 1885). Ma preferisco chiudere il post con una citazione da un altro libro, I segreti di Roma di Corrado Augias, comprato da Media World.
“C’è stato un tempo in cui si progettava di abbattere il Vittoriano e si sono udite proposte per utilizzarlo in modo diverso o per lasciarlo invadere dalla vegetazione così da trasformarlo in un bosco marmoreo. Resta, quale sia il giudizio, una specie di testamento alle ambizioni dell’Italia neonata e fotografa quello che il Regno avrebbe voluto essere “da grande”. È la gigantografia di uno spirito nazionale in erba, una dedica a futura memoria nella quale non è sempre facile riconoscersi, purtroppo”.

Ale


postato da t.lupo | 12:39 | commenti (2)


domenica, settembre 20, 2009
 
8. Cose che mi hanno fatto girare i coglioni

Ho scoperto che non ci si può fidare degli orari di apertura di chiese, monumenti e affini che si trovano su guide e siti ufficiali.

Per esempio, volevo vedere queste famose terrazze del Duomo. La mia guida Time Out dice che l’ultimo ingresso è alle 17:45. Il numero di agosto (!) di Milanomese, una rivistina gratuita con tanto di stemma della Provincia di Milano in copertina, dice addirittura che l’ascensore effettua l’ultima salita alle 17:45 ma che fino alle 21:00 si può salire a piedi.
Mi presento alle 17:35 al lato nord, di fronte alla Rinascente come dice la guida, e scopro che la porta di metallo per accedere alle terrazze è chiusa. “Porca merda!”, penso. “Ieri la piadineria di via dell’Unione che mi chiude un’ora prima dell’orario segnalato sul sito, oggi queste carogne”. Busso. Magari c’è ancora qualcuno là dentro. Venti minuti prima la porta era ancora aperta… maledetto me e il mio bisogno di caffè! Niente. Busso un po’ più forte. Niente. Busso più forte ancora…

“Ehi, che bussi?!”.
Mi volto e vedo un militare in divisa mimetica venire verso di me. Mi tranquillizzo ricordandomi che all’entrata principale i controlli sui visitatori sono effettuati da esercito e polizia.
“Che bussi?”, ripete.
“Eh, che busso. Mi sa dire perché è chiuso? Dovrebbe chiudere alle 17:45, tra dieci minuti buoni…”.
“Nooo! Alle cinque chiude”.
“Come alle cinque?”.
“Eh, alle cinque”.
“Alle cinque? Ma se venti minuti fa era aperto. E sulla guida c’è scritto 17:45”. Estraggo la Time Out e gli faccio vedere.
“No, ma quello è l’orario invernale”.
“Ma come invernale? Qui c’è scritto: da marzo a ottobre fino alle 17:45”.
“Eh, appunto. Siamo in agosto”.
“Eh. Tra marzo e ottobre c’è anche agosto, tra gli altri mesi…”.
“… Torna domani, dai. Alle 9:00”.
“Va be’… La ringrazio!”.
“Domani, alle 9:00”.
“Grazie. Arrivederci!”.

Cazzo, perché non mi è venuto in mente di fargli vedere quello straporco di giornaletto, numero di agosto, con tanto di blasone della sua merdosa provincia? La guida Time Out gli ho tirato fuori! Che è pure del 2004.
Mi sono già lamentato del fatto che in Italia certi funzionari pubblici ti danno del tu anche se gli dai del lei? (Sì, nel post sulla mia visita in ambasciata. Ma rileggetevi piuttosto questo post magistrale di un altro indignato italiano espatriato). E si vede che lo fanno quando ti considerano un povero cretino, perché sei più giovane di loro o perché non hai l’aspetto di uno che guadagna bene o perché ti puzza il culo, non lo so.
Comunque, a questo punto rileggetevi pure quest’altro vecchio post del suddetto compagno di indignazione se volete approfondire il tema “Ma quanto è difficile fare il turista d’arte in Italia ad agosto?”.

Un’altra cosa che mi ha fatto impazzire è stata la ricerca di francobolli. Possibile che tutti e quattro i rivenditori di tabacchi e valori bollati vicino a casa fossero sprovvisti di francobolli per l’estero (0,65 €)? Possibile. Stessa storia nelle tre rivendite della Stazione Centrale, per ben tre giorni di fila. Stazione centrale dei miei maroni! Dice: “Cosa pretendi? Era agosto”. Dice: “Milano non è certo la città più turistica d’Italia”. Okay, ho imparato la lezione.

Sarà che, come dicono i miei genitori, da quando vivo in Germania sono diventato come i loro compaesani che hanno una gelateria all’estero e quando tornano in paese non fanno altro che lamentarsi di tutto e ripetere che in Germania/Svizzera/Danimarca/Belgio/… tutto funziona meglio. Comunque il prossimo milanese che mi dice che loro sono italiani del nord tutti proiettati verso l’Europa, il design scandinavo, Nuova York, Tokyo, Londra, il wine tasting e il web 2.0 (mica come quei teròni dal Po in giù) gli sputo in faccia. Visti da appena sopra il Brennero siete dei cialtroni anche voi, su!

Ale

postato da t.lupo | 20:15 | commenti (7)


venerdì, settembre 18, 2009
 
7. La fortuna

Anche io e Lupo abbiamo giocato, nella speranza di portarci a casa i milioni. Su mio suggerimento, abbiamo consultato una shmorfia online per trasformare in numeri una manciata di esperienze e sogni fatti in Italia:

sangue: 20 (la craniata che ho dato contro lo spigolo di un mobile)
pancia: 19 (l’infezione intestinale)
zoo: 10 (la visita al safari di Peschiera con mia sorella)
francobollo: 14 (la disperata ricerca di francobolli per l’estero)
pastore: 89 (il mandriano piemontese)
lago: 32 (il lago piemontese)

Solo un numero abbiamo azzeccato.

Ale
 
postato da t.lupo | 23:28 | commenti (5)


giovedì, settembre 17, 2009
 
 
6. Generalizzando

I bresciani e i biellesi di montagna mi sono proprio piaciuti. Io e Lupo tempo fa siamo giunti alla conclusione che i montanari sono più simpatici dei valligiani. Possono essere più burberi, ma sono almeno più sinceri, e spesso sono degli adorabili freak. I valligiani invece sono dei wannbe cittadini, frustrati, pieni di rancore e di desideri inappagati, che si sforzano di non essere provinciali e in realtà sono più chiusi e ottusi degli odiati montanari che guardano dall’alto in basso.

Tra parentesi, io sono un valligiano.

Ale
postato da t.lupo | 12:59 | commenti


domenica, settembre 13, 2009
 
5. La natura

I Giardini pubblici (Indro Montanelli) sono di un brutto, ma di un brutto! Sgraziati e impolverati. Molto meglio Parco Sempione, sebbene impolverato, o il Monte Stella. Nel primo ho conosciuto la venditrice di un baracchino che mi ha gentilmente spiegato come individuare le banconote false da 20 e da 50 euro; all’entrata del secondo ho chiacchierato con una signora che cercava di far bere il cane da una fontanella ma lui non capiva o, meglio, voleva fare a modo suo e lei non glielo permetteva.

Senza pensarci troppo, mi sento di poter stendere un velo pietoso sul verde milanese. Le scampagnate fuori porta invece mi sono piaciute un sacco.


Il Lago d’Idro con il faccione sorridente sul versante del Monte Calva, la verdissima Valle del Caffaro e il Passo Crocedomini, costellati di campi scout. E come si mangia bene alla Trattoria del viandante di Bagolino (BS)! Cucina popolare come da mia zia, che cucina tutto con burro e olio.

In cima al Passo Gavia (durante la salita tutto nuvoloso e magico) siamo stati accolti da un’aria frizzante e una capretta di montagna che avrei voluto portarmi a Berlino. Ma quanto sono diverse dalle nostre Dolomiti queste alpi lombarde: così dolci e ricoperte di vegetazione anche sopra i 2.500 metri. Anche lo Stelvio, tra Lombardia e Trentino-Alto Agide, con i suoi 2.758 m slm. Mentre io ammiravo le montagne, il serpentone di tornanti in picchiata, uccelli forse rapaci che giocavano con le correnti e uno stormo di motociclisti olandesi che mangiavano würstel, Lupo si è allontanato a fare un paio di foto ed è tornato con una palla di neve.


La stradina percorsa dall’autobus che dalla stazione di Biella ti porta al santuario di Oropa passando per Favaro (con una voce elettronica che annuncia tutte le fermate) offre una vista spettacolare sulla valle. Non per niente ci hanno costruito un hotel che si chiama Miravalle. Dal santuario, dopo aver mangiato un panino al lardo e uno al crudo e primo sale, abbiamo preso la funivia per il lago del Mucrone. L’operatore ha raccontato alla famiglia che viaggiava con noi che quella nebbia viene dalle risaie di Vercelli. “Tipico!”, ha commentato il padre ”Un biellese che se la prende con quelli di Vercelli”. Arrivati a destinazione, ci siamo messi in cammino verso il lago; siamo subito stati fermati da un mandriano che ci ha apostrofati con un sonoro “Ragazzi!” e ci ha chiesto una sigaretta. Gli ho spiegato che potevo offrirgli del tabacco e ha accettato ben volentieri. Mentre gli rollavo la sigaretta ci ha ringraziati e si è scusato più volte con entrambi per lo scrocco. Nel suo dialetto ha dichiarato che da ragazzi è più che giusto scroccare sigarette in giro, ma alla sua età, sessant’anni suonati, non va bene, lo sa, è che, dio porco, se si compra un pacchetto in due ore l’ha già fatto fuori. Ci ha raccontato che, quand’è sereno, da lassù si vede il Monte Rosa. “E la Capanna Margherita?”, ha chiesto Lupo. Anche la Capanna Margherita. Gli ho dato la sigaretta, ci ha ringraziati nuovamente, ci siamo salutati ed è tornato alle sue vacche. Io me lo porto ancora nel cuore. Ho farneticato per il resto del percorso fino al lago circa il desiderio di alpeggiare, l’estate prossima, al seguito di un mandriano; poi siamo giunti al lago. Un bel lago di montagna, con l’acqua gelida, i pescetti, le felci, diverse chiazze di neve qua e là e un toporagno morto su una roccia. Al santuario di Oropa siamo ridiscesi a piedi. Bellissimo il sentiero. Abbiamo incontrato solo una ragazza con il suo cane, per il resto c’erano solo nebbia, rocce, un ruscello e tanta vegetazione. A un paio di chilometri dalla meta siamo stati sorpresi da un acquazzone. Poi le pietre ricche di metalli che piastrellavano il sentiero brillavano ancora più di prima. Fuori dal santuario c’era un montanaro che vendeva formaggi e salame di capra. Era un venditore abilissimo e gli ho lasciato lì 20 euro.

Ridiscesi a Biella abbiamo fatto una passeggiata per il centro – bello, ordinato, colorato, pieno di gente vestita come dalle mie parti e, come nel mio paesello, sferzato da folate di odore di letame, quello buono: è la prima volta che lo sento in città – e comprato del pane e dei canestrelli biellesi. Sul treno per Novara abbiamo letto opuscoli e dormito. Sul treno per Milano mangiato pane e formaggio ascoltando madre e figlio che conversavano in russo. Avevamo letto qualche giorno prima (tra l’altro, sulla stessa rivista dove ho imparato “décontracté”) che una delle mete preferite dei russi in vacanza in Italia è il lago di Viverone. Che venissero da lì? Lui parlava perfettamente l’italiano e ha saputo gestire con grande scaltrezza il controllore quando questo gli ha fatto notare che il biglietto non era stato obliterato. Secondo me studiava, tipo, ingegneria al Politecnico. O forse già lavorava come ingegnere. La mamma era infastidita, credo, dall’odore del nostro formaggio di montagna. In realtà non eravamo noi: puzzava l’intero scompartimento, credo ci fosse un problema con l’impianto di scarico. Va be’.

Ale


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sabato, settembre 12, 2009
 

Ma quanti bar milanesi, anche chic, offrono ai propri avventori come unico quotidiano ‘sto giornalaccio?

Ale
postato da t.lupo | 00:14 | commenti (6)


giovedì, settembre 10, 2009
 
Breve interruzione del flusso di post milanesi: scopro ora che il mio insegnante di yoga ha aperto un blog.

Qui con il nostro sindaco alla sagra della Motzstraße.

Ale

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martedì, settembre 08, 2009
 

3. Art faggin’


Ho visitato la Pinacoteca di Brera dopo una giornata di peregrinazioni sotto un sole cocente. Sono arrivato al portone d’ingresso, trafelato e mezzo allucinato, a un’ora e mezza dalla chiusura. Mi sono chiesto un attimo quanto recettivo potessi essere e se non fosse il caso di rimandare al giorno dopo. Ho deciso di entrare. Mi sono subito diretto verso l’Orto botanico: chiuso. Ho fatto una paio di rampe di scale fino all’Osservatorio astronomico dove, mi avevano detto a pranzo, Foscolo portava le sue donne a fare l’amore: chiuso. Alla biglietteria della pinacoteca la cassiera mi ha spiegato che orto e osservatorio sarebbero rimasti chiusi per tutto il mese di agosto. C’era stata una visita guidata a ferragosto, ma io ero a Cremona.

Dev’essere stata la stanchezza a rendermi ipersensibile, devo aver avuto i nervi a fior di pelle, ma la visita è stata emotivamente devastante. Di fronte a diversi quadri mi sono salite le lacrime agli occhi: davanti al Ritratto di giovinetta di Rembrandt (o bottega) mi sono quasi messo a piangere. Non è che mi succeda spesso. E di sicuro non mi era mai successo di avere un’erezione di fronte a un’opera d’arte: Bronzino, Andrea Doria in veste di Nettuno.

A parte che sono riuscito anche ad apprezzare un Raffaello (Lo sposalizio della Vergine), che di solito mi lascia impassibile, ho fatto diverse gustose scoperte e ora, visto che a me piacciono le liste, ve le elenco pure:

Stefano da Verona: Adorazione dei Magi. Lazzaro Bastiani: predella dell’altare di San Gerolamo. Francesco Bissolo: Santo Stefano (con due sassi in equilibrio sulla testa e su una spalla) tra i Santi Agostino e Nicola da Tolentino. Veronese: Sant’Antonio Abate tra i Santi Cornelio e Cipriano. Carlo Carrà (bello shock le collezioni Jesi e Vitali messe qui): La casa dell’amore. Scipione: Il cardinale Vannutelli sul letto di morte e Natura morta con sogliole e moneta. Mario Sironi: La lampada. Vincenzo Campi: la fruttivendola, le venditrici di pesci e pollame e la cucina. Donato Bramante: Cristo alla colonna. Bernardo Cavallino: L’immacolata concezione. Pier Francesco Mazzucchelli: San Francesco in estasi. Joseph Heintz il Giovane: Vanitas… poi ho dovuto correre all’uscita.

La scoperta più interessante è stato Bernardino Luini, con gli affreschi staccati provenienti da Villa Pelucca. Quei colori e quella luce, la delicatezza dei volti, dei sorrisi, sono stati così rinfrescanti, disintossicanti. L’ho ritrovato il giorno dopo alla Pinacoteca Ambrosiana, nelle sale della collezione del cardinale Federico Borromeo, con un Gesù bambino con l’agnello e una Sacra famiglia con Sant’Anna. Niente male questa collezione del cardinale Borromeo. Mi sono soffermato a lungo sul Transito della Vergine di un pittore ferrarese e su una Madonna in trono col bambino tra Sant’Ambrogio e San Michele (con un’enorme rana stecchita ai sui piedi). Gran bella collezione, certo, ma il trasporto del giorno prima non c’era più. Cazzo, però, la stanza dei fiamminghi (sala 7) me la sarei rubata tutta così com’era e portata volentieri a Berlino. Come diverse stranezze esposte in quella specie di wunderkammer che sono la Sala delle colonne e la Sala della medusa: almeno le ceroplastiche, i capelli di Lucrezia Borgia e una statua (mi sembra tedesca) decorata con conchigliette e pietre dure.

Ah, un’altra scoperta affascinante sono stati gli automi. Primo fra tutti, quello visto nel Museo di arti decorative dello Sforzesco, proveniente dal Museo Settala, con testa di diavolo e busto ricavato probabilmente da un Cristo alla colonna in legno dipinto. E poi quelli che decoravano vari orologi della collezione di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Al Museo Poldi Pezzoli sono rimasto folgorato dal Ritratto di cavaliere dell’ordine costantiniano, con le sue labbra tumide e i suoi occhi neri e magnetici, di Vittore Ghislandi, detto Fra’ Galgario, già visto di sfuggita a Brera e rivisto il giorno dopo alla pinacoteca dello Sforzesco.

Il Castello Sforzesco mi è piaciuto molto, soprattutto il fossato con i gatti randagi e i cadaveri di piccione. E la Pinacoteca non è niente male. Lista: la stanza nuziale del castello di Roccabianca (PR), con Le storie di Griselda affrescate in grigio e verde, con qualche doratura e un po’ di rosso. Andrea Mantegna: Madonna in gloria tra Santi e angeli. Filippo Lippi: Madonna dell’Umiltà (detta Madonna Trivulzio). Correggio: Ritratto di uomo che legge. Tintoretto: Testa virile. Pittore nordico: Ritratto di ragazzo col cappello in mano. Orbetto: Cristo morto compianto dagli angeli. Pittore lombardo: Cantante alla spinetta (Vanitas). C’era una signora francese molto elegante e per niente (o molto discretamente) rifatta che turbinava irritata per le sale, con una borsa griffata in mano e un marito silenzioso e più lento al seguito. Non le piaceva niente, soprattutto se lombardo. Questa cantante alla spinetta l’ha quasi indignata. “C’est ridicule”, ha detto. Infatti tra parentesi c’è scritto “Vanitas”, signora. Poi però ci siamo trovati d’accordo di fronte a Il Molo verso la Riva degli Schiavoni con la colonna di San Marco di Canaletto, che di solito non mi dice molto. Invece questo… mi sono avvicinato per osservare le figure dei gondolieri e un gondoliere vestito di bianco mi ha fatto piangere di nuovo... Poi si è sentito uno schianto: la signora francese era caduta dalle scale. Povera. Davvero. I custodi sono subito accorsi a soccorrerla. Comunicavano tra di loro col walkie-talkie, arrivavano da tutte le parti. Dopo mezz’ora, io mi aggiravo per il museo degli strumenti musicali, e ancora la signora monopolizzava l’attenzione del personale: dal ricetrasmettitore di un custode svaccato su una sedia ho saputo che l’inferma stava per essere trasportata al piano terra con l’ascensore. Prima di entrare nella Sala delle Asse (bella, con gli affreschi di Leonardo potaciàdi) ho sentito una custode ringraziare via radio tutti i colleghi che avevano partecipato al soccorso.

Al Museo Poldi Pezzoli ho molto apprezzato l’esposizione temporanea di disegni ottocenteschi delle collezioni Lampugnani (ingegnere delle acciaierie Falck) e Gargantini (suo bisnonno, amico di vari studenti dell’Accademia di Brera). Lista? Lista. Una croce astile per il conforto dei condannati a morte decorata da Bernardo Daddi con diverse figure, tra cui san Paolo, san Giacomo Maggiore e san Giovanni Battista decapitati. L’audioguida fa notare che la figura di Cristo è consumata dalle labbra dei condannati. San Giuliano uccide i genitori, Alto Adige, XVI secolo. Lorenzo Bartolini: La fiducia in dio, ovvero una pia fanciulla nuda come un verme al cospetto dell’Altissimo. Dovrebbe ispirare devozione assoluta e abbandono totale alla volontà divina. Giuseppe Bertini: Preghiera a bordo. Dello stesso autore, una vetrata celebrativa dedicata a Dante. Tra l’altro ce n’è una uguale, ma molto più grande, nella Pinacoteca Ambrosiana. Un ritratto di Emilio Visconti Venosta che legge Il crepuscolo. Degli svariati Hayez visti in giro per musei milanesi, gli unici due che mi siano piaciuti sono conservati al Poldi Pezzoli: Autoritratto con tigre e leone e Autoritratto con amici (romantici milanesi). E naturalmente il cavaliere di Fra’ Galgario di cui parlavo prima.

Del Museo civico di Cremona ricordo due cose: i ritratti di Giovanni Carnovali (detto il Piccio) e un vibrante Torquato Tasso visita la sorella di Francesco Coghetti.

Con due blogger ho visitato la mostra del PAC sulla collezione di arte contemporanea del British Council. Un custode in divisa, quando ci ha visti perplessi di fronte al “grande senso del ritmo” del video di Steve McQueen (Prey), è venuto a spiegarci che quelli che stavamo vedendo erano gli ultimi fotogrammi e che il video sarebbe ripartito dall’inizio dopo qualche secondo. Che caro. Bel video, poi. Molto suggestivo. Io ed Endimione abbiamo apprezzato Still Life di Tim Head. Il cadavere Prayer Mat di Mona Hatoum. Io pure Man in a Museum (You are in the Wrong Movie) di David Hockey e A Cheap and Ill-Fitting Gorilla Suit di Angus Fairhurst, che mi è sembrato parlarmi del bisogno di stracciarmi di dosso certi costumi che mi metto. Il catalogo della mostra dice che “la fantasia malinconica dell’opera risiede proprio nell’idea di liberarsi dai confini e dalle limitazioni del corpo, è la negazione dell’idea assurda secondo cui il corpo rappresenta lo spirito”. Mentre studiavamo una maschera tradizionale inglese, parte dell’installazione di Alan Kane e Jeremy Deller The Folk Archive, è tornato a farsi avanti il caro custode: ci ha spiegato che il costume, ricoperto di lappole, è legato a un antico rituale stagionale scozzese.

Giudizio complessivo: gran collezione questa del British Council. Chissà se anche gli Istituti Italiani di Cultura (IIC) o la Società Dante Alighieri collezionano arte contemporanea di autori esordienti che un giorno diventeranno superstar. La Farnesina, scopro ora, possiede una collezione d’arte del XX secolo, con qualche pezzo più recente.

 

Ale


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domenica, settembre 06, 2009
 
2. Milano da bere

Ho imparato una nuova parola. Su un mensile trovato in casa del mio ospite ho letto che l’intervistato (un pasticcere austriaco) si è presentato all’incontro in jeans e maglietta. Il giornalista dice: “t-shirt streetwear e stile decontracté”.

D’ora in poi intendo usare “décontracté” almeno una volta alla settimana. Anche, o forse soprattutto, a sproposito.

Ale


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giovedì, settembre 03, 2009
 

Stadtschaft a Milano. Un post non troppo sgrezzato in dodici parti


1. Milano (e dintorni) e il divino


Seguendo i consigli della guida Time Out letta prima della partenza, io e Lupo abbiamo visitato diverse chiese.

S. Nicola, in via S. Gregorio, è l’ex chiesa del lazzaretto, ora chiesa russa ortodossa. Arrivati al cancello, chiuso, abbiamo notato un cartello con un numero di cellulare scritto a mano da chiamare per farsi aprire. Ho chiamato: non ha risposto nessuno, ma dal nartece è uscito un giovane pope ed è venuto ad aprirci. Tonaca grigia, barba curata, faccione severo ma assolutamente non ostile. Mentre noi gironzolavamo per il vestibolo esterno, lui era occupato ad accendere candele – quelle candele gialle e sottili delle chiese ortodosse il cui profumo tanto mi piace. C’erano un sacco di stoffe colorate e quadretti appesi ai muri esterni dell’edificio, iconcine e altri oggetti in vendita, sul pavimento tappeti e oltre le colonne un giardino ben tenuto con fontanella. Abbiamo buttato un occhio all’interno della chiesa vera e propria e quando stavamo per andarcene, dal giardino è arrivato un gatto bianco e grigio con un campanello al collare: ci ha guardati per un attimo con il suo muso triangolare e le orecchie triangolari e, scampanellando, se ne è tornato a Costantinopoli.

La sera, mentre stiamo prendendo un aperitivo su viale Monte Nero, mi squilla il cellulare:

“Pronto? Pronto… non la sento, un attimo”.

“Sì, chi è... ”.

“Un secondo che esco. Ecco. Mi scusi. Ero... al bar”.

“Sì, chi è lei?”. Ha un accento straniero.

“Io? *** E lei chi è?”.

“Sono padre Pavel”.

“… Ah! Della chiesa… in via S. Gregorio”.

“Sì!”. Ride. “Mi ha chiamato al cellulare…”.

“Sì, volevo visitare la chiesa con un amico.”.

“Ma che numero è questo? Non è italiano”.

“No, è tedesco.”.

“Ah, Sie sind Deutscher”.

“Nein, ich bin Italiener. Aber ich lebe in Deutschland”.

“Capisco. Adesso però la chiesa è chiusa”.

“Ah, ma poi l’abbiamo visitata. Ci ha aperto un giovane… prete molto simpatico”.

“Sì, mi ha detto. Un uomo con la cresta…”.

“Sì, quello è il mio amico. Siamo qui a Milano in vacanza e… volevamo vedere la vostra chiesa”.

“Bene. Sì, mi ha detto di voi. E vi è piaciuta?”.

“Sì, molto bella. Mi piacciono sempre le chiese ortodosse… Ma di che rito…?”.

“Comunque…”.

“Come?”.

“Comunque non è un giovane prete. Quello è il nostro decano”.

“Ah, non sapevo. Così giovane?”. Ma stiamo parlando della stessa persona?

Ride “Sì, sì. Beh, allora la saluto”.

“Va bene… Grazie allora. Buona serata”.

“Buonasera”.


Ho scoperto che in Italia anche le chiese vanno in vacanza. E così non siamo riusciti a visitare, per esempio, S. Sepolcro e S. Pietro in Gessate. Lupo già conosceva S. Maria presso S. Satiro e mi aveva confermato che vale davvero la pena dare un’occhiata al trompe-l’oeil del Bramante che rende concava un’abside quasi piatta. Arrivati in via Torino, ci siamo trovati di fronte a un cancello incatenato e a un cartello che diceva: CHIUSO dal 1 al 30 agosto, rivolgersi alla parrocchia di S. Giorgio. A me è scappato un porcone. Sul sagrato oltre il cancello un prete stava caricando delle valigie su un’auto. Mi lanciava sguardi indecifrabili mentre stavo lì a maledire il mondo con l’agendina e la penna in mano. Lupo mi ha detto: “Su, Ale, andiamo”. Io ho pensato: “Proviamoci”, e ho chiamato il prete. Bofonchiando si è avvicinato al cancello. Gli ho chiesto se ci poteva gentilmente aprire. “Vorremmo visitare la chiesa”. Borbottando è tornato alla macchina per prendere le chiavi. “Fate veloce però”.

L’abbiamo molto ringraziato e, una volta ammirato quel che c’era da ammirare, gli abbiamo anche lasciato un’offerta. All’uscita ci ha sorriso e ci ha chiesto da dove venissimo.

“Siamo italiani, ma viviamo in Germania”. Ha mormorato qualcosa tra sé e sé e ha richiuso il lucchetto.


S. Bernardino alle Ossa è stata la scoperta più interessante. La cripta dei cappuccini in via Vittorio Veneto a Roma, che pur continuo a ricordare con grande piacere, è un curiosum senza troppe pretese artistiche. L’ossario di S. Bernardino ha invece un programma decorativo più elaborato alle spalle e l’effetto finale è molto più ricco. Le pareti della cappella sono decorate fino al soffitto con teschi e altre ossa umane di “pazienti del vecchio ospedale del Brolo, priori e fratelli che lo dirigevano, condannati alla decapitazione, carcerati morti nelle prigioni dopo che nel 1622 il loro apposito cimitero risultò insufficiente, appartenenti alla più alta nobiltà milanese che riposavano nei sepolcri gentili delle chiese vicine, canonici della basilica di S. Stefano”. Le ossa sono grigie, alcuni teschi parzialmente gialli, lucidati dalle dita dai fedeli, alcuni dei quali infilano anche dei foglietti tra un teschio e l’altro o nelle orbite vuote. Alzando gli occhi lungo queste pareti grigie di ossa verso la cupola rimani quasi abbagliato dai colori delle “anime purganti che ascendono alla gloria del Paradiso” di Sebastiano Ricci. Prima di uscire ho accarezzato anch’io un teschio: il mio primo teschio, credo. Fuori dall’ossario c’è un foglio ingiallito incorniciato e appeso sopra un inginocchiatoio: “Adorazioni alle Sacratissime Piaghe di Gesù”. Una preghiera per ogni piaga. Sacra Piaga del costato, ti bacio e ti adoro…


Della basilica di S. Eustorgio ricordo i reliquiari e la Cappella Portinari, con l’arca marmorea con le virtù teologali e morali e la cupola arcobaleno.


La certosa di Garegnano l’ho visitata da solo. Sulle pareti e sul soffitto della navata centrale sono affrescati, oltre ai soliti cristi, santi e madonne, anche dei certosini, con il loro saio bianco. Appena si entra, sulla destra, c’è un monaco che tiene in mano una zampa di cavallo (?) mozzata.


In un chiostro di S. Maria delle Grazie io e la mia amica Lotte ci siamo lavati i piedi con l’acqua sputata dalla rana di una fontanella prima di ammirare Il cenacolo.


Nei nostri giri fuori Milano abbiamo visitato:

- il Santuario di Oropa, con la sua Madonna nera che sono riuscito a vedere solo da lontano perché quando sono entrato nella chiesetta che la ospita il prete stava celebrando la messa;

- a Biella la cattedrale di S. Stefano, dentro tutta dipinta di bianco, grigio e verde;

- con i miei genitori il duomo di Cremona, S. Pietro in Ciel d’Oro (Pavia), dove sono sepolti Agostino d'Ippona e Severino Boezio, e la Certosa di Pavia. Bellissima. I certosini eremiti originari si sono trasferiti in Calabria negli anni '60 del secolo scorso. Non ho capito perché. Saranno andati a raggiungere il loro san Bruno. Ora nella certosa vivono dei cistercensi (benedettini hardcore) cenobiti. Il monaco che ci ha guidati era molto simpatico. Mi ha ricordato i monaci di Münsterschwarzach che stampavano il catalogo di uno dei clienti di Manfredo; anche loro erano benedettini. Questo di Pavia era mulatto e, secondo me, aveva un accento sudamericano. Probabilmente era di origine brasiliana. Ci ha fatto vedere il cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este (in marmo, malato di cancro: il Moro sta perdendo le dita) e la tomba di Gian Galeazzo Visconti e Isabella Valois, l'affresco con gli angeli di lapislazzuli che non è mai stato restaurato e ancora brilla, il trittico di Baldassarre degli Embriachi (zanne di elefante, denti di ippopotamo e ossa di altri animali) che fu rubato e ritrovato, grazie a una soffiata, qualche anno più tardi sparso per tutta Italia, il coro dei certosini in legno intarsiato, i chiostri decorati con terracotta e marmo e le cellette dei certosini che in realtà sono dei mini appartamenti con giardino interno.


Con i genitori di Lupo abbiamo esplorato il Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane, con gli ometti del Rame, del Bronzo e del Ferro picchiettati o incisi su rocce grigio-violacee (arenaria permiana). Sulla roccia No. 70 (età del ferro) è rappresentato il dio cornuto Cernunnos. Lo osservavo divertito: sembra un giocattolone. Poi ho cambiato idea (non dev’essere un dio tanto benevolo), e mi sono inquietato. Stordito dal sole e dalla stanchezza, ho distolto un attimo lo sguardo dalla roccia e mi sono guardato le scarpe e la ghiaia che calpestavo… Tra i sassolini vedo una conchiglia fossilizzata. L’ho raccolta felice, pensando fosse un dono di Cernunnos, un segno di benevolenza, e me la sono messa in tasca. Poi ho pensato: e se si trattasse invece dell’offerta di un qualche fedele wiccheggiante? Ora il dio mi scaglierebbe contro un paio di serpenti infuocati… o mi farebbe morire atrocemente fra qualche anno. Prima di andarmene con la mia conchiglia, l’ho ringraziato con un inchino. Spero abbia apprezzato il gesto.


In una chiesetta di Edolo (BS) una statua di legno dipinto in una nicchia sopra un portone laterale ha attirato la mia attenzione: era un santo che esponeva la parte superiore della coscia sinistra. Sembrava mostrare un livido. O forse, ho pensato, è solo una macchia del legno. La settimana successiva a Milano (Pinacoteca di Brera) ho rivisto lo stesso santo dipinto da Palma il Vecchio, senza livido. Ho scoperto che si tratta di san Rocco. Nella pinacoteca del Castello Sforzesco ne ho visti altri due, con livido. Novella Winona, mi sono documentato e ho scoperto che san Rocco curava gli appestati ed è considerato il protettore dei contagiati.

 

Ale


postato da t.lupo | 13:04 | commenti (4)