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Stadtschaft
Da Berlino il blog bicefalo che non parla tedesco ovvero due campagnoli veneti nella grande città.

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sabato, febbraio 28, 2009
 

Finito lo show, dopo i ringraziamenti e la tradizionale esortazione a godersi l’imminente DJ-set, ballare e divertirsi, hanno preso il microfono nell’ordine: il capogruppo del coro amburghese St. Pauli Perlen, ospiti ufficiali della serata, il ragazzo con l’impronta di un anfibio tatuata sulla scapola sinistra e una ragazza che non avevo mai visto prima. Il primo ha lanciato dei volantini sul pubblico esclamando: “Se non sapete che fare venerdì prossimo, leggete qui”. Il secondo ci ha informati di una manifestazione di solidarietà per un wagenburg a rischio sgombero che si svolgerà martedì, “Quando vi sarete ripresi dal party di stasera e sarete belli freschi e riposati”. Il senat berlinese vuole far piazza pulita e costruirci un luna park. “Di cui non se ne fa niente nessuno”, ha aggiunto il tatuato. La terza ha annunciato un’altra manifestazione in programma per mercoledì: una galleria indipendente, in qualche modo legata al Morgenrot, rischia di venir chiusa per far posto a non ho capito cosa: “Venite numerosi!”.

A quel punto una delle due presentatrici della serata si è ripresa il microfono e, seria seria, ha dichiarato: “E io giovedì ho un appuntamento dal dentista. Se volete…”

Dal pubblico: “Ohhh…”. E qualche ah-ah!

“Sì, voi scherzate. Io non ci trovo niente da ridere”.

Così si concludeva sabato scorso l’ennesimo show del Rattenbar al Köpi. Sarà stato il sesto, settimo (non so) a cui assistevo da quando vivo a Berlino. Me lo fece scoprire Laurin, pace all’anima sua. Ora vive a Parigi, Laurin. Il button che trovate qui a sinistra sopra la cronologia risale al mio secondo o terzo Rattenbar.

Si tratta di un gruppo di dieci/venti punk finocchi e un paio di donne biologiche, con un nucleo storico e regolari nuovi acquisti e defezioni. I loro show sono itineranti: una volta si esibiscono al Köpi, un’altra al Supamolli/y o al Subversiv, una volta nel cortile della Tuntenhaus, un hausprojekt sulla Kastanienallee dove gran parte di loro vive. Penso si siano formati attorno alla metà degli anni ’90 e vengano dal giro delle polit-tunte, le checche politiche. Un po’ à la Mario Mieli o Porpora Marcasciano. Fanno drag show tra il cabaret politico e il trash più insensato. E hanno un coro: il Rattenchor. La maggior parte di loro non sa cantare meglio di me, i loro costumi sono colorati, appariscenti o sciatti (a seconda), recuperati da mercatini dell’usato o da qualche saldo di C&A, Pimkie, Zeeman o H&M o prelevati da qualche “armadio collettivo” di qualche hausprojekt o da qualche scatolone impolverato di tizi come il mio amico svizzero che scambia vestiti e parrucche con amici, complici, amanti. Lo spettacolo viene di solito moderato da due MC (mistress of ceremonies): sabato scorso erano Steffi Gras e Gisela Sommer. Può durare dall’una alle tre ore, a seconda. Sul palco si alternano esibizioni in playback di pezzi soprattutto pop, soprattutto tedeschi, reinterpretazioni live di classici della musica leggera europea, a volte pure coreografate, con testi spesso riscritti in chiave politica (sabato scorso, per esempio, Al Bano aka “il ragazzo con l’impronta di un anfibio tatuata sulla scapola sinistra” e Romina Power aka Steffi Gras ci hanno regalato una riedizione di Felicità sul tema del prossimo G8 italiano), arbeiterlied della DDR e kampflied, scenette a volte interminabili di avanspettacolo impegnato o assolutamente scanzonato, il tutto spesso e volentieri accompagnato da apparizioni preparate o improvvisate di valletti, go-go dancer, spalle e comparse di volta in volta ammiccanti e spensierati, ma anche sorridenti e imbarazzati. Immancabile l’incongrua apparizione di Pünktchen, travestito classico, fotocopia della Marlene anni ’60-’70. Gisela Sommer non rinuncia mai a punzecchiarla sull’età, evidentemente di molto superiore agli altri ratti. Sabato scorso ha interpretato Sag’ mir, wo die Blumen sind. La cosa più tenera di Pünktchen è vederla chiacchierare affettuosamente con i punkettini innamorati dopo lo show.

Io per quelli del Rattenbar ho una venerazione che mi inquieta abbastanza, lo ammetto. Quando seguo un loro show sono mezzo paralizzato, concentrato, mi metto a riflettere e analizzare, poi mi perdo, arrossisco, sudo, mi sciolgo e regolarmente mi innamoro di metà di loro, o più.


Ale

postato da t.lupo | 12:36 | commenti (4)


giovedì, febbraio 26, 2009
 
Eros e Thanatos



l'upo
postato da t.lupo | 21:32 | commenti (1)


sabato, febbraio 21, 2009
 

Chillo sfaccimma ’e cane e la sua banda di pezzi di merda. Ovvero, I’m afraid of Italians


Ultimamente mi sto preoccupando e incazzando parecchio. Leggo su L’espresso questo reportage sui rondisti veneti, prossimamente finanziati dal governo, e altrove di questo annullamento del divieto di denunciare i clandestini che cercano assistenza sanitaria presso ospedali, consultori o ambulatori. Dei vari segnali inquietanti di sfacelo civile che mi arrivano dal paese dove sono nato e dove ho vissuto per ventisei anni, queste due notizie mi hanno particolarmente inquietato e fatto girare i coglioni.

Già i poliziotti e i carabinieri italiani sono mezzi fascisti, che idea è dare in mano la sorveglianza dei quartieri a civili suppongo del tutto impreparati al dialogo e, suppongo, in gran parte razzisti e tendenzialmente propensi a menare le mani?

E quanto incivile e meschino è infondere agli immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno la paura di rivolgersi alle strutture sanitarie nazionali?

Che fare? Imprecare da un blog non è di sicuro una soluzione. Blog o non blog, vivo comunque su un’isola abbastanza felice (Berlino) e spesso ho la sensazione di aver abbandonato una nave che affonda, o che comunque sta imbarcando troppa acqua. Non è una bella sensazione.

Nel primo caso mi viene da invocare la formazione di gruppi di anti-rondisti che controllino i controllori. O, come suggerisce Yoshi alla fine di questo post un po’ agghiacciante, spero nella partecipazione di co-rondisti più civili di questi picchiatori leghisti che siano in grado di contrastare e/o controbilanciare inclinazioni e comportamenti razzistoidi e machisti.

Nel secondo caso mi auguro che il personale medico ignori questo incitamento governativo alla denuncia e che si sparga presto la voce tra i sans-papiers che possono andare tranquillamente dal medico senza temere di avere casini con la giustizia.



Ale

postato da t.lupo | 13:52 | commenti (8)


giovedì, febbraio 12, 2009
 

Hausaufgabe


Il mio insegnante di yoga Abdul mi ha chiesto di scrivere un post sulla nostra ultima lezione, dedicata al secondo chakra. Ci provo.

Il secondo chakra, detto svadisthana, localizzabile all’altezza dell’osso pubico, regola la creatività e la sessualità. È anche responsabile del senso di colpa, della gioia di vivere e della dipendenza. Così sta scritto sul foglio che ci ha distribuito il maestro, che in questa lezione ha voluto trattare il tema della creatività.

Prima di iniziare a titillare i nostri svadisthana, Abdul ha chiesto a ogni partecipante (yogi) di riferire al gruppo delle attività creative della propria vita e dei problemi a esse connessi. Il ragazzo con i baffi e i tatuaggi ha parlato del suo lavoro di musicista, l’uomo che come me è arrivato al corso in bicicletta del suo lavoro di animatore, il ragazzo nordico di cucina e fotografia, il tizio che mi sorrideva, ricambiato, non ricordo di cosa perché ero troppo indaffarato a osservarlo parlare, fantasticare e prepararmi ansiosamente a cosa avrei detto io. Arrivato infine il mio turno ho dichiarato, arrossendo, che mi piace scrivere, di avere un blog e di vivere da qualche mese un blocco. “Non riesco più a scrivere e vorrei… riuscire a superare questo blocco”.

Siamo quindi passati all’azione. Respirazione, asana del cobra e altri esercizi statici e dinamici. Mentre stavo faticando per tenere la posizione della colomba, Abdul mi si è avvicinato e mi ha sussurrato a un orecchio che come compito a casa avrei potuto scrivere un post.

“Sì, però scrivo in italiano”.

“Non importa”.


Abdul durante le lezioni passa tra noi yogi indaffarati e accaldati e ci parla a bassa voce: ci chiede come stiamo, corregge eventuali scorrettezze di postura o si complimenta per la prestazione, fa una battuta, ci chiede di provare a sorridere e a volte ci appoggia una carezza sulla nuca. È tanto “ninino”, come direbbero i miei amici friulani.

Visto che né il corso di rückengymnastik della Volkshochschule né la palestra sembravano risolvere i miei problemi di schiena, era da un po’ di tempo che mi chiedevo se fosse il caso di accantonare il mio scetticismo verso lo yoga e fare un tentativo. Max y señora mi avevano in più occasioni illustrato i benefici del corso di ashtanga yoga che seguivano a Prenzlauer Berg. Poi lo scorso dicembre è arrivato kollege K., che mi ha messo la pulce definitiva nell’orecchio chiedendomi se mi andasse di provare questo corso di „Yoga für Schwule” (yoga per finocchi) che gli aveva segnalato un amico. Ho visitato il sito di questo Abdul, ho esposto a K. un dubbio circa la farfalla arcobaleno che vi svolazza e alla fine ho deciso di provare. Herr K. mi ha detto: “Ma sì, prova. Io ora torno in Italia per qualche mese, tu fai da cavia e poi mi dici”. Alles klar.

Quando lo racconto in giro, alcuni mi chiedono: cosa sarebbe un corso di yoga per ricchioni? La risposta me l’ha gentilmente servita Abdul su un piatto d’argento quando durante la mia prima lezione ci ha spiegato la teoria delle energie positiva (prana) e negativa (apana) che percorrono il nostro corpo. Un corso di yoga per froci è un corso dove l’insegnante ti dice: “Mi raccomando: prana, non Prada”.

A chi non si accontenta di questa risposta spiego che seguire un corso x per culattoni è un modo come un altro per socializzare, conoscere qualcuno della mia sponda facendo una cosa che mi piace. Non sono uno che alle feste, più o meno “equivoche”, attacca bottone con tutti. Quindi perché non provare a unire l’utile (la cura della mia schiena) e l’eventuale dilettevole (la cura del fondoschiena)?

“Sì, ma allora ti vuoi ghettizzare!”. Mah, anche sì, se nel ghetto mi diverto e sono in grado di entrarci e uscirne liberamente.


Che poi a questo proposito mi viene in mente una cosa. L’altra sera all’Ackerkeller ho rivisto l’irlandese conosciuto un mese fa alla festa di compleanno di S. Mi chiede come sto, gli dico: “Bene”, e mi scuso per essermi alzato all’improvviso quella sera alla festa mentre stavamo chiacchierando per andare in cesso a vomitare a fontana. Mi dice: “No problem” appoggiandomi una mano sulla spalla e mi racconta che sta lavorando al suo portfolio e sta seguendo un corso di tedesco. Gli racconto cosa sto facendo io e poi gli dico: “Bello qui, no? Io abito in tutt’altro quartiere, ma ogni tanto mi piace venire qui all’Ackerkeller: è un posto molto rilassato. La gente che ci lavora è amichevole, gli avventori pure, perlopiù”. “Sì”, mi dice lui “io in realtà è la prima volta che ci vengo, mi ha portato il mio ragazzo, mi sembra un posto simpatico. Poi ho sentito che il martedì c’è la serata gay”. Lo guardo perplesso e gli faccio notare che l’Ackerkeller è un locale gay. Mi guarda perplesso e allora aggiungo: “Sì, certo, di ispirazione queer. Hai presente, no? Nel senso di polisessuale, no, multisessuale… sì, misto e chissenefrega, ma tendenzialmente gay”. Sembra non sappia bene di cosa sto parlando. E allora penso che probabilmente nel mondo anglosassone, come del resto in Italia, i posti gay sono all gay: se ci sono due etero, tre lesbiche, quattro bisessuali e due asessuali non li considerano locali gay. In realtà non è tanto una questione nazionale, piuttosto si dovrebbe parlare di “gay mainstream”, a cui appunto la baracca queer si oppone, o comunque rappresenta un’alternativa. Ora, io avrò anche i miei problemi, ma mi sento molto più a mio agio negli ambienti queer. E infatti mi riconosco molto nel sottotitolo di quella rivista francese: A magazine for boys with problems. Poi seguo un corso di yoga per busoni e mi piace un sacco, ma questa è un’altra storia.

Per tornare per l’appunto allo yoga, conclusa la lezione con il solito mantra, da bravi yogi abbiamo arrotolato i nostri materassini e ci siamo cambiati. Mentre ci sfilavamo in silenzio le braghette da ginnastica e ci infilavamo in silenzio i pantaloni da strada stavo per chiedere al musicista che tipo di musica facesse. Abdul, osservandoci mentre nello stereo la cassetta con la musica indiana si riavvolgeva, si è dichiarato affascinato dalla diversità dei suoi gruppi di yoga. Gli yogi della lezione del giovedì a Friedrichshain sono i più silenziosi. Siamo anche in quattro gatti il giovedì, dico io. Quelli del venerdì a Kreuzberg, dove siamo in 15/20, sono già più loquaci. “A Schöneberg sono spesso costretto a chiedere di parlare un po’ più piano”, ha concluso Abdul. È chiaro, ho pensato, i quartieri più cool sono anche i più frigidi. Etimologicamente non fa una piega. A Schöneberg sono tendenzialmente più avanti con gli anni e più tranquilli, più gioviali. Noi trentenni socializzati negli anni ’90 abbiamo il culo più stretto. Che anni gli anni ’90!


Ale

postato da t.lupo | 11:27 | commenti (10)


mercoledì, febbraio 04, 2009
 

Lunedì sera: party con performance nel bar della Temporäre Kunsthalle. Tra l’ennesima cover di Warm Leatherette e Boys Don’t Cry dei Cure, Funkytown dei Lipps Inc e un pezzo di Jean Michel Jarre i DJ per una notte “Kirsten Riesselmann und Ingo Gerken” hanno voluto regalare a noi avventori danzanti tra i tavoli anche Gloria di Umberto Tozzi.

Era dalla quinta elementare che non sentivo più quella canzone. Più precisamente da quando la ballavo durante l’ora di ginnastica. Non di mia iniziativa, era la maestra che, invece di farci giocare a pallavolo, arrampicare sul quadro svedese o saltare la cavallina, ci faceva ascoltare Gloria e ci incitava a interpretare la musica con i movimenti del nostro corpicino. Col senno di poi, credo che la sua idea fosse di propinarci una specie di ausdruckstanz sulle note di Bigazzi/Tozzi. Chissà cosa rappresentava per lei quel pezzo: magari era stata la colonna sonora del suo primo bacio, o la canzone che da adolescente ballava davanti allo specchio chiusa a chiave nella sua cameretta. Come io facevo con Material Girl o Fotoromanza. No, aspetta: non può essere. Se fosse stata adolescente nel 1979, avrei avuto una maestra ventenne. Bah.


Ale

postato da t.lupo | 21:40 | commenti (3)