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Stadtschaft
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venerdì, luglio 25, 2008
 

Posto così, d'impulso, sperando di non dire troppe cazzate

 



Abbiamo parcheggiato le biciclette di fronte alla nuova ambasciata americana, che sembra davvero un albergo a quattro stelle di Jesolo (VE). Camminando lungo la Straße des 17. Juni dalla porta di Brandeburgo verso la Siegessäule la folla si infittiva progressivamente. Le due magliette più diffuse erano GLOBAL TSUNAMI OF CHANGE e I WANT YOU TO TACKLE CLIMATE CHANGE. Superare il primo filtraggio non è stato un problema: ti guardavano soltanto. Per il secondo controllo di sicurezza invece siamo stati un’ora in fila; il tutto era gestito da una ditta privata di security da grande evento (BEST): ci hanno fatto passare attraverso un metal detector e hanno spulciato abbastanza accuratamente il contenuto delle nostre tasche e delle varie borse (alla fine borse e zaini erano doch© ammessi). I musicisti che si sono esibiti dal vivo prima dell’arrivo di Obama non hanno avuta molta presa sul pubblico. La musica che hanno messo su tra un'esibizione e l’altra era uno strano assemblaggio di pop americano ed europeo. I miei pezzi preferiti sono stati Satisfaction di Benny Benassi, Song 2 dei Blur (in entrambi i casi in una versione che smussava un po’ i punti più acuminati), Let’s Dance di David Bowie, una ballata di Johnny Cash e un bastard pop che alternava Bad di Michael Jackson e Seven Nation Army degli White Stripes. Poco dopo che il sole aveva fatto capolino dietro la Siegessäule, sul palco davanti alla colonna, con Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke alla sua sinistra, è salito Obama. Ha iniziato ringraziando i cittadini di Berlino e le genti della Germania. Poi è passato a ringraziare Angela Merkel (pronunciato “mrkl”, un po’ come Myrtle) e Klaus Wowereit (pronunciato come gli è venuto al momento) e ci ha raccontato brevemente dei suoi più vicini antenati: il padre grew up herding goats e il nonno era un cuoco, a domestic servant to the British. Ha detto di non parlarci come candidato per le presidenziali statunitensi bensì come fellow citizen of the world. Ha impostato tutto il suo discorso sull’idea di Berlino come città simbolo della Guerra Fredda e sul parallelismo fra la lotta di allora tra freedom (west) e tyranny (east) e la lotta di oggi tra freedom e terror (the threat of terror is real). Abbiamo creato la Nato per metterlo nel culo alla USSR, ora dobbiamo allearci contro il terrore. Più avanti nel discorso ha anche detto però che dobbiamo mettere da parte la mentalità da cold war e collaborare con la Russia, “quando è possibile”. La cooperazione tra nazioni sembra stargli particolarmente a cuore: cooperation is not a choice, it is the only way; bisogna costruire nuovi ponti nel mondo (bridges vs walls) e soprattutto noi statunitensi ed europei dobbiamo mettere da parte le animosità più recenti, di cui non ha voluto tacere (we have drifted apart), e imparare (di nuovo?) a listen to each other, learn from each other e soprattutto trust each other. I berlinesi, che come diceva il mio ex capo sono molto selbstverliebt (innamorati di se stessi), hanno applaudito ogni volta che sono stati elogiati o anche semplicemente apostrofati direttamente dal senatore. Molti applausi hanno anche riscosso i suoi accenni alla necessaria riduzione delle emissioni di CO2; al disarmo nucleare; ad un trade fair and free for all; a una strong EU; all’imprescindibile abbattimento di tutti i muri tra i popoli (com’è già successo a Berlino, a Belfast e in Sudafrica con la fine dell’apartheid) e alla pacifica convivenza tra cristiani, mussulmani ed ebrei; al sostegno di e alla solidarietà con gli abitanti del Darfur, i dissidenti birmani, i votanti dello Zimbabwe, gli iracheni e gli afgani anche dopo la cessazione delle ostilità, i libanesi, gli israeliani e i palestinesi che vogliono la pace; al rifiuto della tortura e al sostegno del rule of law; alle libertà di espressione e di credo; all’accoglienza degli immigrati (applauso moscio) e al rispetto di chi non la pensa come noi e di chi prega in modo diverso (applauso più entusiastico).

Davanti a me una spia con giacca scamosciata (con quel caldo) che fotografava col teleobiettivo e una nonnina americana alta un metro e dieci che alla fine del discorso si lamentava con la nipote perché non ha visto niente. “Grandma, he was just in front of you, all the time. There!”


Ale

postato da t.lupo | 01:16 | commenti (6)


giovedì, luglio 24, 2008
 

Quando non vogliamo vederci un film proprio tanto esotico (in quel caso, da bravi neuköllnesi/kreuzbergherini ci rivolgiamo a Videodrom. Per inciso, se abitate invece a Prenzl’Berg andate pure senza indugio da Negativeland. A Mitte da Filmgalerie 451.), scendiamo sulla Sonnenallee, facciamo due passi ed entriamo da Bärlin-Video, la nostra “videoteca sotto casa”. Pur non offrendo la quantità oscena di serie televisive e film da mezzo mondo di Videodrom, Bärlin-Video ha comunque una buona miscela di produzioni mainstream recenti e meno recenti e un paio di cosette strane (vi abbiamo per esempio avvistato un paio di Schlingensief). E poi come prezzi non c’è confronto. Videodrom ti fa pagare un dvd ben 3,60 € al giorno (se noleggi il sabato puoi però restituire il lunedì). Ma in effetti, questi matti si fanno pure spedire l’edizione giapponese o tailandese dei film americani per averli prima che escano al cinema qui in Germania, oltre a procurarsi film indiani, indonesiani, inglesi, iraniani, iracheni, irlandesi, islandesi, israeliani, italiani e iugoslavi. Quindi i tre euro e passa in fondo sono anche giustificati. Da Bärlin invece le tariffe vanno da 0,65 a 1,85 €, a seconda della popolarità del film. Li devi però restituire il giorno stesso entro le 3:00 di mattina, la domenica entro mezzanotte.

Tutto questo preambolo per dirvi che durante le vacanze scolastiche estive il noleggio di dvd della sezione “Kinderfilme” da Bärlin è gratuito. Non sono dei tesori? In questo modo durante le ultime vacanze pasquali ci siamo visti tutto Erri Potta e un paio di Miyazaki senza spendere un soldo. Ora vediamo: io è da un po’ che vorrei vedere The Iron Giant, per esempio.


P.S. Che poi le biblioteche comunali berlinesi (in particolare l’Amerika-Gedenkbibliothek) sono molto ben fornite pure loro. Con Anna abbiamo, per esempio, da poco (ri)visto tutto Twin Peaks senza spendere un soldo grazie alle biblioteche comunali berlinesi. Va be’, abbiamo semplicemente dovuto pagare il trasposto dalla biblioteca di Lichtenberg (o Treptow?) alla nostra biblioteca di riferimento, dove in quel momento la serie era fuori.


Ale

postato da t.lupo | 00:14 | commenti (5)


martedì, luglio 22, 2008
 
Io e Lupo giovedì andremo a sentire il discorso di Obama sotto la Siegessäule. Leggo che non sarà permesso portare né borse né cartelloni o striscioni. E così posso buttare il transpi che avevo iniziato a preparare:

DEAR MR OBAMA,
PLEASE THINK
ABOUT US, TOO:
UNEMPLOYED
QUEERS AND
HETEROSEXUAL
ARTISTS

Ale
postato da t.lupo | 14:49 | commenti (2)


domenica, luglio 20, 2008
 
Si diceva: la finestra della cucina è grande, la vicina giardiniera è sempre in giro, mettiamo le tende, non mettiamo le tende, se ci vede, se non ci vede... Alla fine è successo: Lupo ha appena mostrato il pisello al figlio della vicina. Non voglio aggiungere, per pudore e per rispetto nei confronti di Lupo e di voi lettori, che se lo stava rigirando tra le dita discutendo con me di dove avremmo potuto mangiare qualcosa prima di andare da Pulce.

Ale
postato da t.lupo | 20:22 | commenti (11)


giovedì, luglio 17, 2008
 

Mein Kronenchakra ist voller Scheiße*


Da dove viene questa sensazione di smarrimento, di spossatezza? Sarà la pioggia, sarà la storia snervante con B. (anche se recentissimamente c’è stata una svolta), saranno gli altri innamoramenti storici, saranno i miei schemi iterati (almeno però con qualche nuova variazione), sarà questa ditta che mi sta col fiato sul collo per un lavoro del cazzo e sarà il terrore di finire nei casini con l’ufficio di collocamento, sarà la traduzione a cui sto lavorando in nero (ma in realtà mi dà molto piacere), sarà lo stato del nostro giardino che tra una pagina e l’altra osservo dalla finestra, sarà quel paio di tensioni sociali, saranno le notizie dall’Italia e dal mio paesello, sarà questa storia della psicoterapia, sarà il matrimonio di un mio vecchio amico (ma oggi almeno ho trovato il regalo giusto), saranno i miei cazzi dermatologici (che però stanno migliorando), sarà la comunicazione dall’ufficio delle imposte, sarà stata la notte in bianco (pericolo scampato), sarà il nuovo gatto che miagola disperato in giardino, saranno i film che sto vedendo (1 2 3 4) e il libro che sto leggendo, …


*Il mio settimo chakra è carico di merda


Ale

postato da t.lupo | 18:42 | commenti (10)


martedì, luglio 15, 2008
 

It’s over, vielleicht


Decido di concludere il mio jogging mattutino con un cappuccino e una fetta di torta al café delle neomamme vicino al Lomühlenbrücke.

Il Tagesspiegel lo sta leggendo una signora, la Süddeutsche Zeitung non la vedo. Poco male: Die Zeit, il mio settimanale preferito, è libero. Me lo porto al tavolo, mi siedo, do una forchettata alla torta, un sorso al cappuccino e… crack, mi si spezza il cuore in due: in prima pagina la notizia che l’era dei voli low-cost è finita. Il prezzo della benzina avio schizza alle stelle e le compagnie stanno già progressivamente aumentando i prezzi dei biglietti. I toni sono catastrofici: molte compagnie low-cost non vedranno neanche il prossimo inverno e le poche compagnie sopravvissute di biglietti a prezzi abbordabili ne offriranno giusto un paio per stagione, per questioni di marketing. La giornalista la butta giù pesante, puntando dritto alla pancia e al cuore: finisce l’epoca d’oro dei weekend in giro per l’Europa, e i pendolari per lavoro e per amore dovranno ridurre drasticamente i propri spostamenti. E io mi lascio impressionare. Riesco a non farmi prendere dal panico (e sinceramente non vorrei diffonderne con questo post), ma non riesco a non cedere alla tristezza.


Ale

postato da t.lupo | 15:58 | commenti (9)


lunedì, luglio 14, 2008
 

Confuso affair con B.


I. Pornocuore


Un martedì mattina di un paio di settimane fa è passato lo spazzacamino a controllare le emissioni di monossido di carbonio della nostra caldaia. Quando ha suonato eravamo ancora a letto.

Io e Lupo avevamo concordato la sera prima che questa volta l’avrei accolto e me ne sarei occupato io, visto che Lupo si è sempre sobbarcato la cosa da solo negli ultimi quattro anni: io ero infatti sempre al lavoro quando passava lo spazzacamino. E invece quando, verso le otto e trenta, ha suonato alla nostra porta io ci ho messo un sacco di tempo a trovare le mutande, la maglietta e soprattutto i porci pantaloni, quindi alla fine gli ha aperto Lupo. Li ho sentiti salutarsi e scambiarsi due parole. Non appena sono riuscito a rendermi presentabile sono uscito anch’io dalla mia stanza e sono andato in cucina. Lo spazzacamino aveva già infilato il misuratore nel forellino della canna che dalla caldaia sale fino al soffitto. L’ho salutato, lui mi ha guardato e ha ricambiato. Poi è tornato alle sue misurazioni. Mentre lavorava lo guardavo: i pantaloni di velluto nero, una giacca altrettanto nera, la stoffa non la ricordo, non ero del tutto sveglio. Un berretto nero che lasciava scoperta la nuca: portava i capelli rasati con una cresta di capelli castani ben pettinata. Una carnagione nivea. Ci ha spiegato che il livello di emissioni era nella norma e che potevamo stare tranquilli. Ha riposto il misuratore nella sua valigetta e ha compilato il protocollo, di cui ci ha lasciato una copia. Ci fa: “Qui avete una bella collezione di protocolli degli anni passati”. Si riferiva ai fogli gialli che ci lasciano gli spazzacamini dopo ogni controllo e che noi conserviamo piegati in tre dentro lo sportello della caldaia, e che durante le sue misurazioni lo spazzacamino crestato aveva appoggiato sul ripiano del frigorifero, che io avevo preventivamente liberato la notte prima di tutte le cianfrusaglie che ci teniamo, di ritorno dal mio appuntamento cultural-galante con B., assieme ai fornelli, da cui avevo rimosso pentole e padelle, perché sapevo che quelle due superfici la mattina dopo sarebbero servite libere allo spazzacamino. Phew!

Prima di andarsene ha fatto una battuta sulla nostra collezione di protocolli che mi ha fatto sorridere e sbocciare il cuore, ma che ora purtroppo non ricordo: ero proprio assonnato. Ci ha dato appuntamento all’anno prossimo. “Buona giornata”. Chiusa la porta alle sue spalle, io e Lupo ci siamo detti due cose sul suo conto, poi Lupo mi ha chiesto se avevo intenzione di tornare a letto. Ho risposto di no, ma ho cambiato subito idea: “Anzi sì”, e dopo aver fatto un salto in bagno sono tornato a letto.


II. Smash homophobia!


Bevo un tè al Simit dahi di Adalbertstraße aspettando che arrivi B. per il nostro secondo appuntamento cultural-galante. Da qui vedo la fermata dell’autobus sotto la quale tra una decina di minuti dovrebbe comparire.

Sono seduto allo stesso tavolo di una signora turca senza velo, che non ha dimostrato grande entusiasmo quando le ho chiesto se il posto davanti a lei fosse libero. È un locale moderno dal flair tradizional-metropolitano che vende prodotti tipici turchi (principalmente pane e dolci al sesamo) frequentato quasi esclusivamente da turchi. In questo momento sono l’unico non ottomano. Anzi no, un papà tedesco e le sue due bambine hanno appena comperato un sesamring e ora si sono seduti a consumarlo sugli scalini tra l’entrata e il marciapiede. Mi chiedo cosa succederebbe se io e B. tra un po’ ci salutassimo con un bacio sulle labbra.

La settimana scorsa, proprio alla fermata dell’autobus che sto tenendo d’occhio, ci accomiatammo dopo il nostro primo appuntamento cultural-galante e lui mi chiese cosa sarebbe successo se ci fossimo baciati. Io, preso un po’ alla sprovvista, cominciai a raccontargli di questa zona e della sua commistione unica di froci e lesbiche, turchi, curdi, punk e sinistri vari. Non sapendo bene che fare mi misi a raccontargli, compulsivamente, dell’aggressione avvenuta dopo il party di chiusura del Drag Festival.

“È strano, perché è uno dei quartieri più aperti e tolleranti, un posto che ho sempre considerato tranquillo finché non ho cominciato a sentir parlare di aggressioni: fuori dal Roses lo scorso ultimo dell’anno, alla Gayhane dell’SO36 e poi, appunto, qualche settimana fa un gruppo di lesbiche, tra cui dei drag king israeliani, che uscivano la domenica mattina presto da questo party del Drag Festival, arrivate a Heinrichplatz sono state accerchiate da tre auto da cui sono scesi degli uomini che le hanno insultate e picchiate. Gira la voce che su una delle auto ci fosse un adesivo dei lupi grigi, questi stronzi ultranazionalisti turchi. Il giorno dopo è stata indetta una manifestazione di protesta a cui ho partecipato con Lupo e due amiche ed è stato bellissimo perché io mi aspettavo un paio di centinaia di partecipanti e invece le organizzatrici alla fine hanno detto che eravamo in 3.500! Ti rendi conto?”. La Siegessäule parla di 3.000 persone.

L’associazione dei turchi berlinesi e brandeburghesi aveva subito condannato l’attacco e aveva chiesto di non considerare l’omofobia un problema legato esclusivamente agli immigrati. Nella mail di mobilitazione anche le organizzatrici si erano volute energicamente distanziare da ogni tentativo di colorare la manifestazione di toni razzisti. Gli aggressori potevano anche essere in parte o tutti turchi, ma l’obiettivo di questo corteo era di scendere in strada contro omo e transfobia, non contro un’altra minoranza. Il motto è stato: Smash homophobia! Smash transphobia! Smash racism!


III. Non si scappa…


Dopo la nostra ultima notte assieme prima della sua, ahimè, partenza, ancora abbastanza sconvolto, mi ritrovo a dover correre all’appuntamento fissato più di un mese fa da un nuovo dermatologo. Uno bravo di Mitte che mi ha consigliato il mio medico. Arrivo nel suo studio, molto chic, con due foto di (forse) Rineke Dijkstra alle pareti (originali?), e vengo accolto da uno stormo di graziosissime electro-finocchie barbute e svolazzanti à la Möbel Olfe che vanno e vengono dalla sala d’attesa.

L’infermiera alla reception mi guarda storto quando, allungandole la chip card dell’assicurazione medica, urto sgraziatamente la webcam appoggiata sul bancone puntata su di me. “Oh, mi scusi!”Una webcam? Che ci fa lì? Dopo avermi chiesto se il mio indirizzo è sempre quello depositato presso la mia assicurazione, non mi prega, come fanno di solito al primo appuntamento, di fornirle un mio recapito telefonico bensì si informa se per caso ho qualcosa in contrario se ora mi fa una foto per il loro schedario. Le dico di no. Mi ordina di fare due passi indietro, mi metto in posa, chiede alla sua collega di togliersi da dietro di me e scatta.

In sala d’attesa trovo un’archi-checca che usa lo stesso profumo di mio zio ingegnere e mi fa girare la testa – Sigmund Freud, analyse this! Analyse this. Analyse this, this, this… – e due studentelli froci di biologia e scienze sociali intenti a leggere. E due ragazze mechate che digitano sms sul cellulare e sfogliano riviste. Prendo una rivista anch’io e leggo di baby gang londinesi.


Ale

postato da t.lupo | 16:12 | commenti (7)


lunedì, luglio 07, 2008
 

Un rivenditore di vasche idromassaggio e docce.

Un Afro Beauty Shop.

Un rinomato ristorante giapponese.

Un cinema sexy: Cascade.

Un negozio di elettrodomestici chiuso.

Il mio analista. E, nello stesso palazzo, una coppia di cabarettisti finocchi, celebrità locali.

Un nails studio tailandese.

Un ristorante cinese.

Un bazar tailandese che espone in vetrina diversi ritratti di re Bhumibol Adulyadej.

Il portone di un condominio.

Un’agenzia viaggi tailandese.

Una sala giochi per adulti con videopoker e slot machine.

Un tabaccaio.

Un’agenzia viaggi.

Una pelletteria.

Un negozio filatelico.

Uno spaccio di artigianato iraniano.

Un negozio di mobili chiuso.

Una rivendita di manga, anime, accessori da cosplayer e altre giapponeserie di questo tipo.


Ale

postato da t.lupo | 12:12 | commenti (6)