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Stadtschaft
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giovedì, maggio 29, 2008
 

Finalmente sono riuscito a finire Tel Aviv. Eine Stadterzählung di Katharina Hacker (tascabili Suhrkamp, 2008; prima edizione 1997). È un libro molto sfuggente. Un lungo racconto urbano, come recita il sottotitolo. Una sorta di poema in prosa, composto di tante singole unità che a volte semplicemente si susseguono e a volte si intrecciano. Riflessioni filosofiche, brevi riprese cinematografiche e quadretti evocativi. Alcune strofe sono di una bellezza folgorante, altre molto secche e insipide, sabbiose.
Provo a tradurne alcune. Non so come mi riuscirà l’impresa visto che è la prima volta che traduco dal tedesco. Commenti e traduzioni alternative sono più che graditi; per questo trascrivo anche l’originale.

 

Die Häuser hier, in Florentin, Neweh Zedek, in Jaffo, sind in der Mehrzahl klein und verwahrlost. Werden sie angestrichen, dann machen sie sich lächerlich mit ihrem Aufputz und ihren Farben. Davor verbleicht Wäsche.
Andererseits scheint ihnen das wenig anzuhaben. Sie sehen noch immer aus wie zuvor. Das liegt vielleicht daran, daß Häuser hier einiges gewöhnt sind. Sie zerfallen vor dem Meer, und wenn es regnet, dann regnet es womöglich hinein. Meist kümmert man sich kaum um sie. Sollen sie zurechtkommen, die Häuser, und deswegen sehen sie erschreckt aus, wenn man sie Reparaturen und Renovationen unterzieht. Täuscht man sie nicht? Sie haben allen Grund, mißtrauisch zu sein. Man kann sie nämlich auch abreißen.
Mit der größtmöglichen Leichtigkeit.
(pp. 18-19)

Le case qui a Florentin, Neve Tzedek e a Giaffa sono per la maggior parte piccole e trascurate. Se vengono ridipinte, si rendono ridicole così agghindate e con quei colori. Davanti ci sbiadisce il bucato.
D’altro canto sembra che la cosa non le tocchi più di tanto. Hanno lo stesso aspetto di prima. Ciò dipende forse dal fatto che le case qui sono abituate a tutto. Di fronte al mare cadono a pezzi, e quando piove spesso vi piove dentro. Per lo più non ci si occupa di loro. Che se la cavino da sole, le case, e quindi appaiono spaventate quando le si sottopone a riparazioni e restauri. Le si vuole forse ingannare? Hanno ragione di essere sospettose. Le si può infatti anche demolire. Con estrema facilità.

(Quel “Täuscht man sie nicht?” mi mette in difficoltà)

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Man kann die Stadt lieben, in der man lebt. Man kann in einer Stadt leben, die man liebt. Und das ist etwas ganz anderes, als gut zurechtkommen in einer Stadt. Wenn man eine Stadt liebt, dann ist sie ständig im Hintergrund dessen, was man tut in gerade dieser Stadt. Das kann stören. Eifersüchtig verlangt sie ihr Maß Aufmerksamkeit. Aber es kann einen glücklich machen. Jede Begegnung, jedes Ereignis und jede Tätigkeit hat ein besonderes Gewicht, eine Geschichte, die unbedingt zu erzählen ist, nicht für sich selbst, sondern um der Stadt willen. Man fällt nicht leicht von der Erdkruste. Die Blicke verhaken sich. Sie werfen Anker. (p. 21)

(Questa l’ho subito sentita mia e di Berlino)

Si può amare la città in cui si vive. Si può vivere in una città che si ama. Il che è del tutto diverso dal cavarsela in una città. Quando si ama una città, essa sta dietro tutto ciò che facciamo in questa città. Questo può disturbare. Gelosa, essa richiede la sua parte di attenzione. Ma può anche farti felice. Ogni incontro, ogni avvenimento e ogni attività ha un peso particolare, una storia, che va raccontata ad ogni costo, non per se stessa ma per volere della città. Non ci si stacca facilmente dalla crosta terrestre. Gli sguardi si agganciano. Gettano l’ancora.

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Die Morgen sind nie harmlos und nie unschuldig. Schon bevor man aufsteht, können sie vieles ausgeheckt haben. Über Nacht haben sich die Dinge verschworen. Sie haben die Farbe geändert. Sie haben Namensschilder vertauscht. Sie machen kleine, unheimliche Geräusche. Im dämmrigen Licht springen sie über ihre Schatten. Hin und her. Und jeden Morgen wacht die Straße anders auf.
Ist es ein heißer, trüber Tag, so wie heute, dann ist die Straße ein großer, träger Fisch, ein Karpfen, der sich mit den Flossen Luft zufächelt und von jeder Bewegung, jedem Lärmen sich würdig gestört fühlt. Dann aber kommen Schwärme kleiner, flitzender Fische und stöbern ihn auf. Und mit einem Mal zeigt sich, daß auch der fette Karpfen ein Schwarm kleiner Fische ist, die sich das Aussehen eines großen Karpfen gegeben haben, um in Ruhe schlafen zu können.
(pp. 35-36)

I mattini non sono mai innocui, mai innocenti. Già prima di alzarsi possono aver escogitato di tutto. Durante la notte le cose hanno cospirato. Hanno cambiato colore. Si sono scambiate le etichette. Emettono rumorini inquietanti. Nella luce dell’alba cambiano forma. Avanti e indietro. E ogni mattina la strada si sveglia diversa.
Se il giorno è caldo e grigio, come oggi, la strada è un grosso pesce lento, una carpa, che si fa aria con le pinne e, sdegnosa, si sente disturbata da ogni movimento, ogni rumore. Poi però arriva un branco di pesciolini saettanti che la scovano. E di colpo anche la grassa carpa si rivela essere un branco di pesciolini che ha preso la forma di una carpa per poter dormire in pace.

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David, Ilanas Mann, läuft tagsüber durch die Stadt, nachts sitzt er über den Computerspielen ihres Sohnes. Er läuft, weil sein Fahrrad gestohlen worden ist, vom Süden der Stadt bis in den Norden und zurück. Seit er zu Fuß gehen muß, sieht er viel mehr, zum Beispiel den Mann ohne Bein, sieht, daß der nur ein Auge hat und das andere aus Glas ist. Dann gibt es die Frau, die Büstenhalter und gerüschte Unterhosen in besonders großen Größen verkauft. Und den Russen, der Saxophon spielt, und die Russin, die Geige spielt, und eine Araberin, die manchmal Feigen verkauft, meistens aber gar nichts. Ein Frommer schreit Gebete, um den Verkehr aufzuhalten. Natürlich sind diejenigen in der Überzahl, die nur einkaufen gehen oder etwas zur Reparatur bringen, von der Arbeit kommen oder eine Verabredung haben. Aber, denkt David, es sind die anderen, die immer mehr werden. (p. 44)

David, il compagno di Ilana, di giorno cammina per la città, di notte sta seduto al computer sui giochi di suo figlio. Cammina, perché gli è stata rubata la bicicletta, da sud a nord e ritorno. Da quando deve andare in giro a piedi vede molto di più, per esempio, l’uomo senza una gamba, vede che ha solo un occhio, l’altro è di vetro. Poi c’è la donna che vende reggiseni e mutande leziose di grossa taglia. E il russo che suona il sax, e la russa che suona il violino, e un’araba che a volte vende fichi, il più delle volte però non vende niente. Un religioso urla preghiere per fermare il traffico. Naturalmente i più sono persone che vanno semplicemente a fare la spesa o portano qualcosa a riparare, che tornano dal lavoro o vanno a un appuntamento. Ma, pensa David, sono gli altri che aumentano in continuazione.

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Eine Kakerlake im Winter, und auf der Straße wohlgemerkt, ist etwas anderes als eine Kakerlake im Sommer. Im Sommer ist sie ein Ärgernis, das mit ständiger Vermehrung droht. Im Winter ist sie der Sommer, spöttisch raschelnd. (p. 66)

Uno scarafaggio in inverno, visto per strada s’intende, è diverso da uno scarafaggio in estate. D’estate è una scocciatura, che minaccia di moltiplicarsi. D’inverno è l’estate, che striscia beffarda.

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Wenn der Regen aufhört, werden alle von Eile ergriffen. Wenn die Sonne scheint, drängeln sie sich auf der Straße, als wolle jeder etwas sagen. Abends hängt ein ungeheuerlicher halber Mond hinter den Hochhäusern. Und immer noch ist die Stadt häßlich. Überhaupt ist es eine Stadt, die darauf angewiesen ist, daß man sie liebt. Womöglich besteht ihre Anziehung darin, daß sie sich nicht darum schert. Vieles wirkt veraltet, beinahe unwahrscheinlich. Die Dinge in den Schaufenstern der Allenby-Street gehören dazu. Glitzernde Kleider mit Federn und alte Schlösser und Schnabeltassen und Fähnchen und alte Zeitschriften. Kaum eingetroffen und aufgestellt, ist alles schon verblichen.
Es ist ein Ort für Dinge, die nicht am Platz sind. Vielleicht ist das, bei aller Grobheit, die Freundlichkeit Tel Avivs.
(pp. 83-84)

Quando smette di piovere tutti vengono presi dalla premura. Quando splende il sole si gettano in strada, come se volessero tutti dire qualcosa. Di sera una gigantesca mezzaluna pende dietro i palazzi. E la città rimane comunque brutta. È proprio una città che bisogna amare. Probabilmente il suo fascino deriva dal suo fregarsene. Molte cose appaiono invecchiate, quasi improbabili. Come gli oggetti nelle vetrine di Allenby Street. Abiti scintillanti con piume e vecchi lucchetti e tazze col beccuccio e bandierine e vecchi giornali. Appena arrivato ed esposto, è già tutto sbiadito. È un luogo per cose fuori posto. Forse è proprio questa, con tutta la sgarbataggine, la gentilezza di Tel Aviv.

(Non trovo il modo appropriato di rendere “bei aller Grobheit”)

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Die Alten fehlen in gewisser Weise einfach. Hier fehlen die Alten, die ausgleichen. Während sie in Rechaviah, Jerusalem, eine Weltmacht sind, sehen sie hier immer aus, als seien sie versehentlich im Nachthemd auf die Straße gegangen. Sie erzählen, daß sie die Butter unters Bett geschoben haben, weil es dort am kühlsten ist. Sie haben kleine, unmögliche Hündchen, die sie an abgewetzten Hundeleinen hinter sich herschleppen.
Oder sie sind Kollaborateure, die Alten, nicht nur die gierig murmelnden Männer, sondern auch die Frauen. Die Köpfe schleudern sie auf zittrigen Knochen in den Nacken, und über weiten Bäuchen, Busen und Blusen atmen sie stolz. Ihre kleinen, klapprigen Schritte dirigieren sie mit weißen Sonnenschirmen und meinen, den Verkehr zu regeln.
(p.124)

I vecchi praticamente qui non ci sono. Mancano i vecchi che pareggino i conti. Mentre a Rechavia, a Gerusalemme, sono una potenza, qui sembra sempre che siano scesi in strada per sbaglio in vestaglia. Raccontano di aver messo il burro sotto il letto perché lì sta al fresco. Hanno dei cagnolini improbabili e se li trascinano dietro con guinzagli consunti.
Oppure sono collaboratori, i vecchi, non solo i maschi avidi e borbottanti ma anche le donne. Scaraventano su ossa tremule il capo nel collo, e respirano tronfi su pance larghe, seni e camicette. Gestiscono con ombrelli bianchi i loro passetti sconquassati e sostengono di regolare il traffico.

(Qui il problema sta in “Die Köpfe schleudern sie auf zittrigen Knochen in den Nacken”)

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All das Pathos, Pathos der Erinnerung, Pathos der Nation: Die Wüste zum Blühen bringen.
Lautete das Versprechen nicht auf Milch und Honig? Eilig gehen Männer, Frauen mit ihren Telefonen über die Straße. Fahren mit dem Handy zum Reservedienst. Brüllen Zahlen und Aufträge und Projekte. Im Caféhaus. Im Autobus. In den Köpfen sausen Pläne und günstige Gelegenheiten, viel schneller, als die Erinnerungen, Tote, Kriege, wie langweilig das ist.

Der dauernden Aufregung ist Trägheit entgegenzusetzen. Lange, sinnlos verschlungene Gespräche der Grüppchen hier und dort, im Café, in diesem oder jenem Laden, im kleinen, staubigen Park vor der Synagoge. Die Zeit, die sich so vertreibt, ist eine ohne Katastrophen.
Diese Zeit kann man sich so denken: du kommst zurück, und mühelos erkennst du alles wieder.
Plötzlich schätzt du dich glücklich.
Du kommst zurück, und alle sitzen, wo sie zuvor gesessen haben.
Habt ihr Nachrichten gehört? fragst du, und alle winken ab.
Nichts Besonderes.
(pp. 125-126)

Tutto questo pathos, il pathos della memoria, il pathos della nazione: far fiorire il deserto.
Nella promessa non si parlava di latte e miele? In fretta gli uomini, le donne, attraversano la strada con i loro telefonini. In macchina col loro cellulare verso il servizio di riserva. Sbraitano cifre, ordini, progetti. Al bar. Sul bus. Nelle teste ronzano programmi e occasioni favorevoli, più veloci della memoria, dei morti, delle guerre, che noia.

All’agitazione costante va contrapposta la pigrizia. Lunghi e insensati discorsi che si intrecciano di gruppetti qua e là, nei bar, nell’uno o nell’altro negozio, in piccoli parchi polverosi davanti alla sinagoga. Il tempo che passa così è un tempo senza catastrofi.
Lo si può immaginare in questo modo questo tempo: torni, e senza troppi sforzi riconosci ogni cosa.
Improvvisamente ti ritieni felice.
Torni, e tutti siedono dov’erano seduti prima.
Avete avuto qualche notizia? – chiedi, e tutti fanno cenno di no. Niente di straordinario.

 

Anna, a cui ho chiesto di spiegarmi un paio di passaggi che non ero sicuro di interpretare correttamente (per esempio, quel “Sollen sie zurechtkommen” della prima citazione), mi ha liquidato il tutto come merda artificiosa che vuole essere poesia. Ha detto proprio “Kacke”. Devo ammettere di essere un po’ sprofondato di imbarazzo.

Ale

postato da t.lupo | 16:06 | commenti (5)


venerdì, maggio 23, 2008
 

Un’amica mi ha chiesto di raccontare dell’iguana. Detto, fatto.
Stiamo guardando Heimat con Anna e Pulce. Dal pianerottolo arriva un rumore. Guardo gli altri e dico: “È caduto un vicino dalle scale.” Anna ride.
Mi alzo dal divano, vado alla porta e avvicino l’occhio allo spioncino. Non vedo niente, ma sento russare forte.
“C’è qualcuno che dorme sotto le scale!”
Arrivano Lupo, poi Pulce e poi Anna. Io mi sposto in cucina e mi accendo una sigaretta. Lupo guarda nello spioncino ed esclama: “Sì, Ale. Dorme!” Apre la porta e scopriamo cos’è successo. Il vicino del piano di sopra, quello con l’iguana, è accartocciato ai piedi delle scale, davanti alla porta della famiglia D. Russa. Lupo decide di provare a tirarlo in piedi, ma quando gli si avvicina scopre che una macchia di sangue si sta estendendo rossa da sotto la sua testa sulle piastrelle floreali del pianerottolo. Non è il caso di mettersi ad alzarlo.
“Io chiamo l’ambulanza”, annuncio. Corro in camera, alzo la cornetta e non mi ricordo il numero del notarzt. Chiedo ad Anna, che mi urla “112!” dal corridoio.
“Pronto. Buonasera. Può mandare un’ambulanza in ***straße 83? Il nostro vicino è caduto dalle scale e sanguina. È fuori dal nostro appartamento, dorme e sanguina dalla testa. Credo sia ubriaco. Non so, non lo conosco, credo 50-60 anni. È il vicino, è caduto dalle scale. Sì, da sopra. Non lo so da che piano, non l’abbiamo visto cadere, l’abbiamo sentito. Al primo piano. Abita al primo piano. No, come al secondo? Al pianoterra abitiamo noi, se è caduto… Non lo so. Anna, sai come si chiama? No, non lo sappiamo. Ah sì, aspetti, si chiama ***. Senta, può mandare un’ambulanza in fretta? Sta sanguinando molto! Sì, ***staße numero 83. A Neukölln. Passa il cortile interno e noi stiamo nel… blocco… dietro, al pianoterra, seconda porta a sinistra. Grazie.”
Torno in corridoio. Nel frattempo è arrivato un altro vicino. Un giovane sposino, come direbbe mia madre, che vive con una giovane sposina e un neonato al secondo o terzo piano. Chiede informazioni. Neanche lui conosce bene l’incidentato, che continua a russare. Il sangue si è fermato. È una macchia color porpora sul pavimento, tra la sua testa e lo spigolo dove il pianerottolo si restringe di fronte al nostro appartamento.
Lupo e lo sposino escono in strada ad aspettare l’ambulanza. Pulce li segue. Rimaniamo io e Anna sulla soglia di casa a parlare. Siamo entrambi agitati, ci batte forte il cuore.
L’unica cosa che so del vicino è che dal cortile interno si vedono le finestre del suo appartamento e da una di queste finestre si vede un terrario e di sera dentro il terrario illuminato si vede, a volte, un’iguana. Vive da solo. Io mi accendo un’altra sigaretta. “Non sapevo bevesse. Sì, ma quanto devi bere per cadere dalle scale e addormentarti, non accorgertene? Sì, in effetti se batti la testa. Un cosa? Ah, un trauma cranico. Eh, speriamo di no… Magari la tua vicina lo conosce. Ah, sì? Saranno compagni di sbronze. Ma possibile che i D. non abbiano sentito niente? È mezzo sul loro zerbino!”
Arrivano Lupo, lo sposino e Pulce, seguiti da tre uomini e una barella. I portantini ci chiedono cos’è successo, glielo spieghiamo. Lo alzano e cercano di capire da dove sanguini. Trovano il taglio e lo asciugano, lo medicano. Lui nel frattempo si è svegliato ma non dice niente. Guarda me ed Anna. Io provo a sorridergli. Ci chiedono se lo conosciamo, se beve. Anna gli risponde che non lo sappiamo ma supponiamo di sì. Ci chiedono come si chiama, se vive da solo. Gli diciamo che vive da solo e ha degli animali domestici. Una volta finita la fasciatura lo mettono sulla barella e ci dicono che lo porteranno all’ospedale di ***. Uno dei portantini fa: “Il sangue lo dovete pulire voi, noi non lo puliamo.” E un suo collega: “Potete mangiarlo se volete”, e ride. Noi ci guardiamo, Anna scoppia a ridere nascondendosi dietro la mia camicia. Se ne vanno con il vicino in barella.
Lo sposino ci saluta e sale le scale. Anna e Pulce lo seguono per andare a parlare alla vicina. Io e Lupo dobbiamo occuparci del sangue. Io passo a Lupo lo scottex, lui pulisce. Gliene passo mezzo rotolo, alternando bagnato e asciutto. Alla fine gli passo un sacchetto di plastica, Lupo ci infila lo scottex usato e va a portarlo fuori, poi rientriamo entrambi in casa. Io metto su il bollitore per fare un tè.
Suonano alla porta. Apro, sono Anna e Pulce. Anna chiude la porta e si schianta su uno sgabello in cucina, ride. La vicina le ha detto che aveva sentito anche lei il rumore dalle scale.
“E non si è chiesta cos’era? Non è uscita a vedere?”
“No. Ha detto che il suo cane però si è tutto agitato! Quella è fuori di testa.”
Mah, non so. So solo che ascolta sempre lo stesso disco dei Manowar, a tutte le ore del giorno e della notte, a seconda di quando i suoi compagni di sbronze vanno a trovarla.  Il suo salotto è sopra camera mia. Lanciano cose nel nostro giardino. Bottigliette di amaro soprattutto. In due occasioni uno di loro ha pisciato dalla finestra sul mio balcone. Non mi sono mai lamentato in sei anni. Solo una volta, qualche mese fa. Era mattina, verso le sette. Ascoltavano una versione techno della Lambada. Ho provato a riaddormentarmi, ma devono avermi davvero svegliato in un brutto momento perché più mi rigiravo nel letto e più mi cresceva una rabbia in petto che non vi dico. Mi sono alzato, ho preso la prima cosa vagamente utile che ho trovato in corridoio, l’aspirapolvere, e ho cominciato a battere sul soffitto. Ho aspettato un po’, ma la musica continuava. Mi sono infilato i pantaloni della tuta, le scarpe e sono salito. Ho suonato, lei dopo un paio di secondi ha aperto e il suo cagnolino è uscito ad annusarmi le scarpe e ha preso a girarmi attorno scodinzolante. Le chiedo se poteva, per favore, abbassare il volume e lei mi dice che no, non abbasserà il volume: non è alto, sono le sette del mattino e lei sta dando una festa. Accarezzo il cagnolino e le dico che il volume è troppo alto, che giù da noi si sente tutto. Lei ripete che il volume non è alto. Io mi accuccio a fare le faccette al cane e le ripeto che da noi si sente tutto. Lei dice che il volume non è alto. Mi alzo e me ne vado. A casa metto su il caffè e penso a come mi sono appena comportato. Possibile che fossi più interessato al suo cane che a far valere le mie ragioni? Sono matto. Sono incazzato, ma mi sento anche in colpa perché mi ricordo che lei sta facendo la chemio, me l’ha detto Anna. Da allora ogni volta che ci incontriamo in pianerottolo o fuori casa ci salutiamo cordialmente. Più cordialmente del solito. È come se tra noi da quella mattina si fosse instaurato un rapporto.
Tornando al vicino caduto dalle scale, Anna ci ha poi detto di aver cercato di interrogare un po’ la vicina per capire quanto intimi fossero lei e il caduto. Non si è capito. Anna le ha chiesto come si farà con i suoi animali domestici. La vicina le ha risposto che non possiede una copia delle chiavi del suo appartamento ma che il giorno dopo l’avrebbe chiamato al cellulare e avrebbero cercato di trovare una soluzione. Il bollitore ci ha richiamati al dovere. Abbiamo finito di preparare il tè e siamo tornati ad Heimat.

Da quella sera per più di un mese non abbiamo più visto le sue finestre illuminate dal cortile. Ci chiedevamo che fine avrebbe fatto l’iguana senza qualcuno che le desse da mangiare. L’abbiamo data per morta. E lui? Quanto ci vuole a riprendersi da un trauma cranico? Ci sarà stata qualche complicazione? Da allora di quando in quando ci interrogavamo sul suo stato di salute, suo e della sua iguana, senza sapere se e quando avremmo trovato delle risposte. Poi le risposte sono arrivate.
Un pomeriggio di due settimane fa, così, io e Lupo l’abbiamo adocchiato mentre passeggiava per la nostra via in compagnia dell’ex proprietario della kneipe all’angolo. Ci siamo sentiti molto sollevati.
Poi, due domeniche fa, al Karneval der Kulturen eravamo alla seconda caipirinha e ce lo siamo visti di nuovo passare davanti. Questa volta ci ha notati anche lui. Si è fermato, ci ha salutati, ci ha chiesto se eravamo noi che l’avevamo soccorso e ci ha stretto la mano. Gli abbiamo spiegato che eravamo stati noi a chiamare l’ambulanza. “Se non fosse stato per voi sarei morto”, ci ha detto, e per il quarto d’ora successivo ci ha raccontato le sue vicissitudini ospedaliere. Saranno state le due caipi, il sole, il suo accento berlinese o la sua articolazione approssimativa, ma non abbiamo capito niente. Lupo alla fine mi fa: “Ma io credevo tu stessi capendo. Annuivi nei momenti giusti.”
“No, è che seguivo il ritmo”, gli ho risposto. L’unica cosa che ho afferrato è che il suo tasso alcolico quella sera era del 2 ‰. E che l’hanno trasferito da un ospedale all’altro, ma non ho colto il perché. Lupo ha anche capito che oltre alla ferita alla testa aveva qualcosa che non andava alla schiena. “Quando all’ospedale mi hanno tolto la camicia hanno trovato…” Concluso il resoconto, prima di accomiatarsi ci ha presentato la donna che lo accompagnava come la sua fidanzata, sottolineando che lei era particolarmente contenta l’avessimo salvato. Ci hanno augurato entrambi buon divertimento al Karneval, augurio che abbiamo ricambiato, e hanno proseguito per la propria strada, lasciandoci a pigiare le nostre caipi con la cannuccia e a interrogarci sul contenuto del racconto. Mi dispiace non aver avuto il coraggio di chiedergli come stava l’iguana.
La settimana scorsa Anna ci ha raccontato di averlo incontrato sulle scale e di avergli chiesto come stava. Anche lei, che è tedesca, ha avuto difficoltà a seguirlo. È comunque venuto fuori che il primo ospedale in cui è stato ricoverato l’ha dimesso molto in fretta. A casa si è sentito male ed è andato a farsi visitare. Gli hanno diagnosticato un trauma cranico ed è stato rispedito in ospedale, un altro. Nel frattempo suo fratello si occupava dei suoi animali. Anna non era interessata a sapere esattamente di che animali si trattasse e non gli ha chiesto chiarimenti. Evidentemente non ha solo l’iguana, ma tuttora non sappiamo cos’altro viva con lui. Quando è finalmente tornato a casa, definitivamente curato, ha scoperto che in sua assenza gli animali erano usciti dalla gabbia e gli avevano sgranocchiato i cavi del server.
Dopo l’incontro al Karneval der Kulturen l’abbiamo incrociato un altro paio di volte, in cortile, sul portone di casa, in giro per Neukölln, e ogni volta si è dimostrato molto riverente nei nostri confronti. Ci teneva aperta la porta, faceva gesti ossequiosi, ci faceva strada, spargeva metaforici petali di rosa sulla terra che ci prestavamo a calpestare.

Ale

postato da t.lupo | 19:08 | commenti (7)


lunedì, maggio 19, 2008
 



Ieri in Brandeburgo camminavo su un sentiero di terra secca che tagliava un campo di grano, ancora verde. Guardavo il solco su cui camminavo, poi ho alzato gli occhi e ho visto una cinquantina di metri davanti a me un animale, rossiccio, che procedeva nella mia stessa direzione. Una volpe. L’ho chiamata. Lei si è fermata, si è voltata verso di me, è rimasta ferma qualche secondo e poi ha continuato per la sua strada. Io l’ho chiamata di nuovo, lei si è fermata e si è voltata un’altra volta. Solo allora deve avermi visto, perché ha cominciato a scappare, per un paio di metri dritta lungo il sentiero, poi si è infilata nel grano ed è sparita.

Ale

postato da t.lupo | 13:38 | commenti (8)


giovedì, maggio 15, 2008
 

Incendio visto dal Görlitzer Park


Camminando in direzione delle fiamme, chiedendoci cosa esattamente stesse andando a fuoco, abbiamo temuto per le lesbiche dellSK, gioito all’ipotesi potesse trattarsi della spocchiosa Arena, esultato al pensiero che i tipi del K. avessero seguito il suggerimento della ratta e messo un punto alla faccenda dello sgombero. Ci siamo anche chiesti se non potesse invece essere il mio sindacato.

All’altezza dello S. & K., poco prima del blocco di polizia e pompieri, Lupo è salito all’ultimo piano di un silo abbandonato per cercare di vedere meglio. Io sono rimasto giù ad aspettarlo, col collo della felpa alzato a coprire naso e bocca. C’era lì con me un altro turista del disastro, che cercava un posto dove incatenare la bici prima di salire anche lui. Quando Lupo è sceso dicendo che non si vedeva niente, il tizio è risaltato in bici e se ne è andato. Non prima però di averci mostrato le foto che aveva scattato poco prima dall’altra parte della Sprea, da dove il fuoco si vedeva meglio. “E qui un writer sta facendo un pezzo sull’incendio. In presa diretta, diciamo.”

Ale

postato da t.lupo | 19:37 | commenti (10)


lunedì, maggio 12, 2008
 

Oggi grazie a uno s(pace) c(ookie)* ho realizzato qual’è la frase che dovrò usare d’ora in avanti per approcciare gli uomini nei locali.
“Non siamo ancora stati presentati, ma…” e lì devo aggiungere una cosa da dire al momento.

* Una delle ripercussioni della s(pace) c(ake) sul mio spirito è l’amplificazione della percezione della merda per strada. Certamente uno degli effetti collaterali tra i più richiesti sulla piazza il mio.

Ale

postato da t.lupo | 21:07 | commenti (7)


mercoledì, maggio 07, 2008
 

Oggi la vicina mi ha insegnato una nuova parola: Eidechse

Mi stavo guardando un paio di episodi di Ellen seduto al computer. Sento raspare in giardino, penso siano i soliti piccioni (o le gazze, i merli, i passeri, le cinciallegre) che cercano vermi. O il nuovo gatto che gira da queste parti. E invece dalla finestra vedo la vicina dai capelli bianchi. La vicina che da un paio di settimane si è presa l’impegno di curare il verde condominiale. Fino ad oggi si era limitata a lavorare alle aiuole del cortile interno. Questa mattina, uscendo, l’ho trovata in cortile che lavorava e le ho chiesto se sapeva dirmi dove si buttano foglie e erbacce, se nel biologico o nel generico. “Sa, stiamo lavorando anche noi nel nostro giardino qui dietro.”
Mi ha risposto che la settima prossima comprerà due composter, che potremo usare anche noi.
“Col vostro giardino non ho ancora iniziato”, ha aggiunto con un tono quasi di scusa. Avei dovuto ribattere: “Ah, non si disturbi. Ce ne occupiamo noi.” E invece ho emesso, guardando in alto a destra, uno di quei suoni tappabuchi che mi escono quando non so cosa dire, o non ho il coraggio di dire quello che penso.
Fatto sta che qualche ora dopo, mentre stavo appunto guardando Ellen, me la ritrovo fuori dalla finestra a togliere erbacce. A quel punto sono stato assalito da un forte senso di colpa (lei lavora nel nostro giardino e io sto qui bel bello a guardarmi Ellen) e dal pensiero sconcio di cercare di far amicizia per arrivare al figlio, che vorrei sposare, pensiero che ha scatenato un ulteriore senso di colpa in quanto il figlio è di sicuro minorenne.
L’ho salutata dalla scrivania, lei si è guardata in giro per capire da dove venisse quel “Hallo”. Mi ha visto, ho aperto la finestra e ci siamo messi a fare due chiacchiere. Lei ha subito chiesto se preferivo parlare inglese. Ma porca di una madonna, è possibile che dopo sei anni che vivo qui mi facciano ancora questa domanda? Fa ancora così cagare il mio tedesco? Le ho proposto di aiutarla. Mi sono cambiato, ho preso i guanti e sono uscito spiccando un salto dalla finestra della cucina.
Indagando le piante che crescono selvagge nel nostro appezzamento, mi ha elargito una breve lezione di botanica. Lei poi è tornata a occuparsi delle aiuole del cortile interno e io sono rimasto in giardino a strappare piante, rimuovere spazzatura, raccogliere foglie col rastrello che mi aveva prestato lei e cercare di rimuovere l’edera che dal tronco dell’albero più vecchio si estende in orizzontale sul nostro praticello, la carogna. Dopo sei anni che viviamo qui ho finalmente sgomberato l’angolo tra la finestra di camera mia e il giardino del palazzo confinante da quell’ammasso di terra, foglie e detriti edili. Alzando un calcinaccio ho fatto scappare una scolopendra grande come il mio pisello. Spostando un mattone ho esposto alla luce del giorno un verme enorme color cistifellea cancrenosa.
Quando la vicina è tornata a vedere come procedeva il lavoro mi ha chiesto se può usare queste pietre che ho eliminato dall’angolo per decorare un’aiuola del cortile. “Certo”, le ho risposto. Mi ha anche chiesto se può trapiantare in cortile un paio di quelle piante belle di cui non conosciamo il nome che crescono davanti alle finestre di camera di Lupo e della cucina. “Chiaro”, ho replicato.
E poi mi ha chiesto se può piazzare nel nostro giardino i composter. “Non c’è problema”, le ho detto. Si augura che nessuno se li porti via. Ho cercato di rassicurarla spiegandole che nel nostro giardino non c’è mai nessuno. Ogni tanto i D. fanno un barbecue nella loro metà, ma loro sono gli hausmeister, i portinai, quindi c’è da star tranquilli. A proposito, fu proprio il signor D. che sei anni fa ci chiamò alla finestra per dirci che la cura di questo pezzo di giardino fuori dalle nostre finestre era nostra responsabilità. “Guardate com’è ridotto. Quelle puttane polacche che vivevano qui prima di voi non hanno mai fatto un cazzo!” A noi risultava che prima di noi ci vivesse un ricercatore tedesco di etica del lavoro, o filosofia dell’etica o una roba simile, che aveva una libreria che prendeva tutto il corridoio, un pianoforte in camera e un letto tenuto su da quattro mattoni. Si chiamava Yuri e quando venimmo a vedere l’appartamento ci invitò a bere il tè in cucina seduti al grazioso tavolino di vimini che poi gentilmente ci avrebbe lasciato assieme a una lavatrice, un frigorifero, un aspirapolvere e una credenza che aveva costruito lui. Si trasferiva in Baden-Württemberg e non aveva voglia di portarsi dietro tutta quella roba, ci disse. Un paio di settimane dopo che eravamo diventati i nuovi inquilini un pomeriggio suonarono alla porta. Era una giovane donna con un mazzo di fiori in mano. Si scusò del disturbo e ci disse di essere l’ex moglie di Yuri. Era venuta a prendersi il tavolino di vimini che lui ci aveva lasciato. Ci spiegò che il tavolino era suo e lui non aveva nessun diritto di lasciarcelo. Si scusò di nuovo e ci pregò di capire la sua posizione. Era imbarazzata ma determinata. Quel tavolino le era molto caro. Ci offrì in cambio il mazzo di fiori. Noi accettammo.
Tornado al giardino, dopo un’oretta di lavoro ho restituito il rastrello alla vicina dai capelli bianchi e le ho detto che per oggi per me bastava. “È bello stare all’aperto, no?”
“Sì.”
È andata a riporre il rastrello nello sgabuzzino del sottoscala e io l’ho seguita. Nello sgabuzzino ci sono vari attrezzi, che possiamo usare se vogliamo. Una chiave ce l’ha la famiglia D., l’altra ce l’ha lei. Da lì è tornata in cortile e io l’ho seguita. Ha scambiato due parole con due ragazze che erano scese a portare la spazzatura. Una di loro era visibilmente incinta e la vicina le ha detto: “Chissà chi di noi due porterà per prima a termine la cosa”. La ragazza non ha afferrato. “Chissà se finirò prima io di mettere in ordine le aiuole o tu di portare in grembo il tuo bambino.” La ragazza ha sorriso, ma credo abbia trovato fuori luogo il commento. La vicina allora si è rivolta a me e mi ha portato a vedere due radici che aveva estratto dal terreno. “Guarda che bella questa.”
“Wow, sembra una mandragora.”
“Una cosa?”
“Eh, non so come si dica in tedesco.”
“A me sembra un’eidechse.”
“Una cosa?”
“Uno di quei piccoli rettili che vivono in giardino. Non so come si dica in inglese.”
“Con le zampe? Ah, ho capito. È vero. Bella!”
“Tieni, te la regalo.”
Ora la radice lucertola sta nel nostro acquaio in cucina. L’ho raschiata con la spazzola e l’ho lasciata lì ad asciugare.
Ammetto che mi preoccupa un po’ l’idea che il nostro giardino venga ripulito e reso accogliente. Temo che diventerà palcoscenico di festicciole, cenette all’aperto e barbecue per tutti i condomini. Già questa sera andando in cucina a farmi un tè mi sono ritrovato fuori dalla finestra una famigliola che non avevo mai visto. Seduti a un tavolo di plastica bianco. Sembrava quello dei D. L’avranno chiesto in prestito. Non vorrei che adesso ogni paio d’ore ci fosse qualcuno fuori dalle nostre finestre che mangia e si intrattiene amabilmente. Non potrò più girare in mutande per casa. Per la cronaca, noi abitiamo al pianterreno e le nostre enormi finestre partono a 40 cm dal soffitto e finiscono a 80 cm dal pavimento, che è al livello del suolo esterno.

Ale

postato da t.lupo | 02:04 | commenti (15)


lunedì, maggio 05, 2008
 

Berlin - L.A.

Ai vernissage di Peres Projects una persona su tre indossa come minimo un capo American Apparel.

Ale

postato da t.lupo | 01:05 | commenti (10)


sabato, maggio 03, 2008
 

Domenica scorsa si è svolto il referendum voluto dal comitato contro la sospensione del traffico aereo sull’aeroporto di Tempelhof, sostenuto dai cristiano-democratici (CDU), i liberali (FDP)  e dai fogliacci conservatori della Axel Springer.
Nelle ultime settimane ho seguito tra il distratto e l’interessato gli accesi dibattiti sulla stampa locale e nazionale e nella blogosfera. La questione è intricata.
Berlino ha al momento tre aeroporti funzionanti: Tegel, Schönefeld e Tempelhof. Quest’ultimo è l’aeroporto storico della città, dove volò per la prima volta la Lufthansa (1926), uno dei complessi architettonici più grandi del mondo e soprattutto l’aeroporto sul quale gli anglo-americani effettuarono tra il 1948 e il ’49 il famoso ponte aereo (Luftbrücke) che salvò Berlino Ovest dall’assedio sovietico.
La chiusura dell’aeroporto storico nel cuore della città, su cui oggi viaggiano quattro apparecchi in croce, è condicio sine qua non per la creazione del nuovo Berlin Brandenburg International (BBI) sull’area dell’attuale aeroporto di Schönefeld. È buffo pensare che la chiusura di Tempelhof fu sancita tanti anni fa proprio da un’amministrazione guidata dalla CDU. Oggi il sindaco Wowereit e il suo senat rosso-rosso (SPD e Die Linke) sono strenui propugnatori della cessazione dei voli sull’aeroporto centrale, la CDU invece si è riciclata protettrice di un simbolo, di una manciata di posti di lavoro e di un presunto affare miliardario (vedi per esempio l’offerta Lauder, che Wowereit ha rifiutato). Il sindaco dice: comunque vada il referendum, Tempelhof chiuderà. A lui e al suo collega Platzeck,
ministerpräsident del Brandeburgo, stanno a cuore la realizzazione di BBI e le migliaia di posti di lavoro che creerà. Tutti gridano allo scandalo per la sfacciata indifferenza del sindaco verso la volontà popolare. Ironicamente fu proprio l’SPD di Wowereit nel 2006 a spingere per cambiare la costituzione del land di Berlino in modo da facilitare le richieste di referendum.
I sostenitori del Sì (contro la chiusura) dicono: è chiaro fin d’ora che il BBI non riuscirà da solo, visto che oltre Tempelhof è previsto chiuda anche Tegel, a sostenere il traffico aereo della città se il boom turistico continuerà di questo passo. Se non offriamo noi berlinesi un aeroporto di sostegno, ci penserà il Brandeburgo, che sta già ampliando le aerostazioni commerciali di Finow e Schönhagen, e in questo modo ci faremo soffiare centinaia di posti di lavoro, dicono.
Che su Tempelhof si continui a volare o meno, i progetti sul futuro dell’enorme aeroporto si accavallano e per ora niente è definitivo. Tutti i partiti avanzano le proprie proposte. C’è chi vorrebbe trasformare l’area in un nuovo quartiere ecosostenibile con parco, chi accoglierebbe a braccia aperte la proposta di Lauder di un clinica estetica per VIP con aeroporto per jet privati, chi caldeggia la creazione di un museo dell’aviazione, chi propone una riconversione in centro culturale e commerciale, si parla anche di volervi trasferire parzialmente le produzioni cinematografiche di Babelsberg, ma c’è pure chi teme che i politici non si sapranno decidere e dopo la quasi certa chiusura il complesso verrà lasciato a se stesso, abbandonato per anni all’incuria, diventando la patata bollente delle prossime amministrazioni. L’edificio è comunque protetto dalla sovrintendenza ai monumenti storici e, a prescindere dalla riconversione per cui si vorrà optare, una cosa è certa: non verrà demolito.
I sondaggi prevedevano una netta vittoria dello JA. Verdi e sinistra avevano in effetti organizzato una contro-campagna per il NEIN molto sottotono rispetto alle strombazzate dei popolari quotidiani Axel Springer e ai megacartelloni dello JA. Peccato che, come ho scoperto grazie a Julius, il comitato per lo JA si fosse dimenticato di accompagnare al quesito referendario una proposta di legge, quindi una vittoria del Sì effettivamente non avrebbe obbligato il senat a cambiare rotta. Sarebbe solo riuscito a metterlo in cattiva luce.
Così, a grandi linee, si svolgeva il dibattito intorno a questo referendum. Domenica sera il risultato: il Sì ha ottenuto il 60%. Cazzo! Naturalmente grazie soprattutto ai quartieri fedeli a CDU e FDP. Dopo lo spoglio definitivo: il quorum non è stato raggiunto! CDU e FDP devono mettersela via. Lunedì la Bild, punta di diamante della casa editrice Axel Springer, diceva: il referendum è fallito, ma il signor Wowereit vorrà ignorare 530.231 Sì? Sì, il quorum è pur sempre il quorum. Ora Wowereit e il suo senat vanno avanti per la loro strada: Tempelhof chiuderà a fine ottobre. Nel frattempo la senatorin allo sviluppo urbano Junge-Reyer ha dichiarato che verranno indetti due bandi di concorso: uno per la realizzazione di un nuovo quartiere verde e uno per la creazione di un nuovo centro multifunzionale per l’industria creativa.

“E adesso un lieto ritornello che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani”

Domenica scorsa era una bellissima giornata di sole. Lupo è andato a farsi un giro in bici a Schönefeld per dare un’occhiata al cantiere del BBI. Io sono rimasto a casa a leggere, scrivere, osservare le gazze in giardino, portare avanti il mio studio della e la ricerca sull’editoria berlinese, ascoltare Deutschlandfunk, cercare un lavoro, fare una lavatrice di biancheria, vedere se ho il diritto, da italiano residente qui, a partecipare a questo referendum.
Riporto questo scambio di SMS tra i vostri due blogger avvenuto domenica pomeriggio:

Lupo: Come è dura l’avventura, per fortuna ho ricevuto l’aiuto di due sessantenni outlaw come me. Grande sto cantiere

Ale: Documenta

Lupo: È brutto, non ho fatto foto, solo sterrato, buche e gru appena tirate su. Ora mangio qualcosa da quello che ci regalò il sottobicchiere originale DDR

Ale: Buono! Io ho scoperto che non posso votare

Lupo: Scoperto di persona o letto?

Ale: Di persona. Affluenza alta, direi

Lupo: Immaginato: per questo non ho nemmeno provato. Affluenza alta, i no arrivano quasi a vincere, che è il massimo che possano fare. A dopo

Uscito dal seggio in cui votai per l’elezione del sindaco di Neukölln ma non per quella del sindaco di Berlino, e alla fine neanche per ‘sto referendum, mi sono fatto due passi sulla Sonnenallee che domenica, tra Wildenbruchstrasse e Pannierstrasse, ospitava una sagra. Una delle innumerevoli e popolarissime feste di strada che si svolgono in città tra primavera e estate. Camminavo e osservavo le mamme turche aggredite da ogni lato dai fumi suini dei venditori di bratwurst, i giovani arabi e mediorientali che fumavano il narghilè sul marciapiede, le coppiette white trash che ascoltavano le rock band locali, i pensionati tedeschi e i ghetto kids che guardavano la danza del ventre sull’altro palco, le tazze stampate con i divi di Bollywood, i bambini con i palloncini e i pony messi all’ingrasso da bambine che gli passavano erba, foglie e oggetti non meglio identificati e sicuramente non digeribili da stomaci ruminanti, gli studenti coranici disorientati e curiosi, il cane di due alcolizzati barcollanti che pisciava indisturbato sul banchetto temporaneamente abbandonato della tatuatrice di mani con l’henné. La tentazione di comprarmi la maglietta local-patriottica “NEUKÖLLN 44” è stata fortissima.

Ale

postato da t.lupo | 12:00 | commenti (6)