Di fronte a certe affermazioni, sentite di persona o lette da qualche parte, mi capita di pensare: Che cazzo vuoi controbattere? Che cosa dire a una persona che se ne esce con una frase del genere? Che razza di discussione può nascere da una simile sequenza di parole? Forse faccio male a pensare così, forse vale sempre e comunque la pena di replicare e cercare di farne venir fuori un dialogo. Forse è addirittura sconsiderato, nocivo all’umanità, gettare subito la spugna in queste situazioni: far finta di niente e starsene zitti.
Fatto sta che nessuno come Tim Parks nell’intervista pubblicata nel numero 38 del Vanity Fair italiano aveva mai descritto con tale perfezione questa situazione in cui a volte mi vengo a trovare:
“… Qualcuno trae dalla fede grandi benefici, ma questo crea in me un senso di incredulità. Mia sorella dopo la vittoria di Bush mi disse che le sue preghiere erano state esaudite, perché era stato eletto questo uomo cristiano, e io sono rimasto basito, come di fronte a una scoreggia: non dici niente, aspetti solo che l’odore se ne vada”.
Che bello aver trovato un bar serale che ci piace vicino a casa. Il SilverFuture. È un posto link/queer con dei baristi sorridenti e simpatici. Quando la barista mi ha chiesto se sul sottotazza del mio infuso ci volevo un biscotto vegano o non vegano mi si è sciolto un po’ il cuore. Ho scelto quello vegano, anche se sono onnivoro come e peggio dei maiali. A volte i posti come questo sono un po’ deprimenti per me: ci sono tutti i presupposti perché mi piacciano ma poi, non so, la gente o l’aria che tira sono troppo cool. Qui al SilverFuture invece (almeno l’altra sera) mi sono sentito proprio a mio agio. Sarà anche per i miei due cavalieri, Ser Lupo e Ser Pulce, non dico di no. Messer Pulce tra l’altro ci ha raccontato una cosa molto buffa: nella biblioteca dove va di solito a leggere il giornale vede spesso un tizio, alto, biondo, con i capelli tirati indietro, che arriva, si siede a un tavolo con un quotidiano, si mette a leggerlo e dopo un po’ tira fuori dalla borsa dei tarocchi, che comincia a disporre sul giornale e a lavorarci. Ogni tanto si mette a ridere. E poi ce n’è un altro, e i due sembrano non conoscersi, che fa la stessa cosa con un pendolo e una specie di ouija. Io ho suggerito si tratti di studenti di giornalismo parapsicologico.
Di fronte ai cessi ci sono uno scaffale pieno di trucchi, un appendiabiti carico di vestiti maschili e femminili e parrucche e uno specchio. Tutte queste cose sono a disposizione di avventori e avventrici, che possono usarli per praticare gender bending e gender performance in loco. Io e Lupo ci siamo subito messi lo smalto.
Le porte dei cessi sono rigorosamente prive di pittogrammi o indicazioni scritte che suggeriscano quale sia il cesso degli uomini e quale quello delle donne. Gender killing applicato alla vita di tutti i giorni. In uno dei cessi ci sono due pissoir, si scopre sbirciandoci dentro. Io comunque dovevo fare la cacca. Forse dovrei tacere del fatto di aver malauguratamente intasato il cesso di carta igienica.
Oltre alla classica birra da posto di sinistra (Sternburg Export, detta Sterni: buona ed economica) nel listino c’è anche la Staropramen. I long drink vengono preparati a seconda della disponibilità di superalcolici. Caffè, tè e vari infusi di qualità. Succhi di frutta e del vino discutibile. La musica è la musica che ci si aspetta di trovare in un posto come questo.
L'altro ieri l'ufficio era invaso dalle coccinelle. Casa nostra era invasa dalle zanzare. Cercheranno riparo dal freddo che è arrivato.
Oggi sono tutte morte.
Ascoltatevi Eisbär dei Grauzone, va.
Per festeggiare (in ritardo) l'Eid vi regaliamo un volantino trovato nel nostro libanese di fiducia.
Fronte:
Ti ricorda qualcosa?
Cos'è successo alle nostre sorelle e ai nostri fratelli mussulmani?
Retro:
Onora la tua religione e vivi di conseguenza.
Ti invitiamo al nostro evento e a celebrare l'iftar. Uomini il 5 ottobre alle 17.00. Donne il 7 ottobre alle 16.00.
L’altro giorno Manfredo, dopo più di tre anni che lavoro per lui, mi ha chiamato da parte e mi ha chiesto di cercare con urgenza un workshop di retorica, da seguire assolutamente prima delle prossime riunioni con i rappresentanti. Ha detto:
“Quando parli di fronte a più di due persone cala una tristezza, una pesantezza che uno vorrebbe gettarsi dalla finestra dalla disperazione”.
Ho dovuto ridere. Lui era serio. Allora sono diventato serio anch’io e gli ho detto che mi rendo conto di essere un pessimo oratore e che cercherò senz’altro un corso da seguire.
Dopo più di tre anni che lavoro lì e dopo aver parlato a una trentina di riunioni viene a dirmi che sono un disastro e che devo porre rimedio alla cosa un mese prima della prossima riunione. In realtà non dovrebbe stupirmi: Manfredo se ne esce spesso con rivelazioni di questo tipo. E il tempismo è una qualità di pochi in effetti.
E già che ci sono devo anche cercarmi un corso di time management, ha detto. “Perché che tu sia da solo o che ci sia la stagista che ti aiuta sembra sempre che tu abbia il diavolo alle calcagna”. Sono combattuto tra pensieri del tipo: ma, vaffanculo, sembra che abbia il diavolo alle calcagna perché c’è lavoro per quattro e siamo in due! E pensieri del tipo: in effetti è vero che spesso perdo il controllo e mando a puttane le priorità e forse dipende anche dal fatto che non so organizzarmi bene. Ma dipende anche dal fatto che faccio il lavoro di due persone, dio stracane! E, come dice Anna, affinché mi possa sfruttare ancora meglio, affinché io possa spremermi con ancora più efficienza e perdere tutti i capelli, ora devo seguire un corso di time – porco dio – management. In realtà c’è anche una ragione “estetica” dietro a questa richiesta del Manfredo: lui non sopporta di essere confrontato con lo stress o altre cose spiacevoli (problemi, errori, compiti ingrati, ecc.) e cerca di nascondere la testa sotto la sabbia il più possibile. Entrare in ufficio e vedere la mia faccia stressata lo fa star male.
Questa idea di farmi seguire un corso di time management gli è venuta dopo aver letto, nel numero di luglio di brand eins recuperato chissà dove, l’ennesimo articolo sull’information overload che e-mail, cellulari e Blackberry hanno scaricato sul terziario contemporaneo. Un articolo dove abbondano termini importati dagli USA come “constant multitasking craziness” (CMC, il manager e i suoi impiegati che grazie alle nuove tecnologie possono, e devono, fare sempre più cose contemporaneamente) o “attention deficit trait” (ADT, che a differenza dell’attention deficit disorder, ADD, non è ereditario ma determinato dalla sopraccitata CMC). Lo stress e la disattenzione causati dalle continue interruzioni trasportate via telefono o e-mail e dal perenne accavallarsi delle priorità nell’ufficio moderno provocano un calo di efficienza e delle perdite che uno studio Basex del 2005 dal titolo “The Cost of Not Paying Attention” quantifica in questi termini: ogni giorno negli Stati Uniti 2,1 ore di lavoro vanno a farsi fottere a causa di distrazioni interne al metabolismo dell’ufficio. Calcolando che un americano prende in media 21 dollari l’ora, questo significa 588 miliardi di dollari di perdita complessiva l’anno, una cifra pari al PIL dei Paesi Bassi. La Microsoft sta lavorando a un programma, BusyBody, che sappia giudicare, anche grazie all’aiuto di una videocamera, se il lavoratore possa venir interrotto in quel momento e decida quindi quando sia meglio far passare una nuova mail, un fax o una telefonata.
Nell’articolo, e per questo ringrazio di cuore l’autore Thomas Ramge, si dice che in realtà questa storia del fragmented work (dal titolo di uno studio della University of California di Irvine) è usata in molti casi dagli impiegati come scusa per posticipare lavori più importanti e consistenti, i cosiddetti “progetti”, a favore di cazzatine contingenti che piombano loro addosso per telefono o e-mail. Manfredo mi ha già accusato in passato di non saper assegnare la giusta priorità alle cose, di farmi trasportare dal tran tran quotidiano dell’ufficio e di dimenticare i progetti importanti, di voler rispondere sempre immediatamente alle richieste esterne e di accollarmi lavori che dovrebbero fare, per esempio, i colleghi dell’ufficio di Dublino. Ergo: corso di time management.
Ripensando a tutto ciò nel silenzio della mia cameretta mi torna in mente un post scritto nel luglio 2006 e mai postato, la cui chiusura mi suona come un eco che mi accompagna da più di un anno. Eccolo:
Manfredo, di ritorno dalle vacanze, mi consiglia di visitare Kiev. Dice che a chi piace Berlino piacerà sicuramente anche la capitale ucraina. È una vera metropoli moderna, dice. Ascoltando quello che mi racconta in seguito non trovo molti punti di contatto tra le due capitali. Il suo resoconto mi mette comunque curiosità.
Dice che, come a Istanbul, città che visita spesso ultimamente, convivono architetture millenarie e moderne. Bisanzio ha avuto una notevole influenza sull’attuale Ucraina. Gli ucraini sono, per esempio, cristiani ortodossi di tradizione greca, non moscovita. Durante il suo soggiorno ha visitato a lume di candela una caverna dove sono sepolti centinaia di eremiti. “Sono avvolti in un sudario, qua e là vedi una manina bruna rinsecchita spuntare dalla stoffa”. Nella piazza centrale, dove si sono svolte le manifestazioni di protesta arancioni, ci sono locali alla moda, negozi e ristoranti occidentali. Una mattina ha fatto colazione in un ristorante tematico “antico Egitto”, con cameriere in costumi da telefilm. Il sushi è quotatissimo.
Tutto ciò che è pubblico non costa niente: una cosa come 15 centesimi un biglietto del metrò, 8 euro per un posto in seconda fila al teatro nazionale dell’opera. Un ucraino guadagna in media 300 euro al mese, tenendo conto però del prezzo dei generi di prima necessità il valore effettivo/d’acquisto di uno stipendio medio è equivalente a 500 euro.
Chi si è arricchito con il business dell’energia e le speculazioni edilizie si fa notare. Accanto alle signore che in metropolitana vendono fiori e ortaggi, in giro per la città si vedono un sacco di Land Rover, Bentley e limousine con vetri oscurati. Che parcheggiano dove gli pare e non fanno granché attenzione ai pedoni. Una sera al ristorante due arricchiti hanno cenato accanto a lui mentre autista e gorilla stavano seduti fumando sul cofano dell’Audi parcheggiata dall’altro lato della strada.
Una delle immagini più pregnanti del racconto di Manfredo è quella della donna che ha conosciuto lì [più tardi diventerà sua moglie e mia collega] che va in giro per Kiev con una ventiquattrore piena di dollari in contanti con cui paga i fornitori dell’agenzia pubblicitaria per cui lavora.
Prima di visitare la capitale Manfredo ha trascorso qualche giorno in Galizia, nell’Ucraina occidentale. Voleva visitare le città di quella regione che fu polacca e prima ancora austro-ungarica. L’viv (Leopoli) è una città perfettamente conservata, risparmiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, tutta rinascimento, barocco e secessione viennese. Dalla Galizia provenivano molti intellettuali ebrei, tutti o quasi sterminati i nazisti. Mi ha raccontato la storia di uno in particolare. Bruno Schulz è considerato tuttora uno dei più importanti scrittori polacchi. Durante la seconda guerra modiale lavorava come servitore presso un generale nazista. Il generale uccise un giorno il servitore di un collega che gli stava sul culo, il quale, per ripicca, uccise Bruno Schulz. Non prima però che Schulz, che era anche pittore, decorasse di affreschi la casa del padrone. Questi affreschi sono stati riscoperti qualche anno fa, e prelevati poco dopo dagli israeliani, che se li sono portati a Yad Vashem.
Tutto questo mi viene raccontato in cinque minuti, in piedi tra due scrivanie mentre il telefono squilla ininterrottamente e io penso “non ce la faccio più, non ce faccio più, non ce la faccio più…” In ufficio siamo in due – a volte uno e mezzo, a volte due e mezzo Manfredo, il capo, compreso – mentre dovremmo essere minimo in tre o quattro per riuscire a star dietro a tutto. Il lavoro si accumula e appena riusciamo a smaltirne un po’ ne arriva subito il doppio. Il caos e la frenesia sono costanti. Per tacere di altri problemucci. Poi però ogni tanto Manfredo se ne esce con queste storie. Oggi, per esempio, quando gli ho detto che io e Lupo a febbraio vorremmo andare a Tel Aviv e gli ho chiesto se sapeva consigliarmi qualche libro…
“Mah, così spontaneamente non mi viene in mente niente, è da un po’ che non mi interesso a Israele, l’ultima volta ci sono stato… quand’era? La fine degli anni ’80. Fammi pensare… è che sono tutti morti quelli che conoscevo, ma posso mettervi in contatto con una vecchia amica irakena che vive in Danimarca e ha molti amici nella scena artistica palestinese.” Pausa. “E comunque aspettatevi dei controlli molto approfonditi alla frontiera. Vi guarderanno fin dentro al prepuzio, se ne avete ancora uno.”
Come faccio a licenziarmi?
Scoperto il suo blog mi sembra giusto rendergli omaggio dichiarando che il testo del volantino allegato al loro demotape mi ha fatto salire le lacrime agli occhi:
“Una lingua minoritaria o minorizzata come il Friulano o il Sardo, il Corso e tante altre è più libera e liberatoria di qualsiasi lingua di stato, appunto perché non ha uno stato dietro ad imporla e tramandarla. Usare il friulano è essere neri in un mondo di bianchi (nô o sin blancs, e je la nestre lenghe che e je nere), donne in una società di maschi padroni e preti bigotti, nomadi in un mondo di stanziali, punk, gay e tutto ciò che di minoritario va contro il ben pensare della maggioranza cogliona e pecorona. Una minoranza non comanda su nessuno, diventiamo tutti minoritari. Impariamo ad amare le diversità partendo dalla nostra e prendendo tutte le altre dentro di noi. Non lasciamoci istupidire dalla televisione, dalla scuola, dai partiti politici, crediamo nella forza liberatoria (e libertaria) di ciò che è minoranza. Usiamo il friulano e spingiamolo nel futuro. Chissà, forse non ne rimarrà nulla, ma di sicuro avremo aumentato la complessità e la ricchezza, di noi stessi in primo luogo e del mondo intero”.
Da: Max Mauro, Inzirli. Una storia per caso, Snait, Udine, 2001