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Stadtschaft
Da Berlino il blog bicefalo che non parla tedesco ovvero due campagnoli veneti nella grande città.

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martedì, settembre 25, 2007
 
Oggi il BZ mostrava il sindaco del nostro quartiere Buschkowsky (SPD) con terzo occhio, turbante e scialle di seta verde in una sala del comune a ufficializzare la costruzione di un tempio induista nel parco Hasenheide. Sembra che secondo il sindaco il tempio terrà lontani gli spacciatori. All'Hasenheide si spaccia parecchio. Il nostro amico L. mentre giocava a minigolf nel parco con degli amici si vide attraversare la pista, tra la mazza che teneva in mano e la buca a cui puntava, da tre aitanti giovani che correvano a gambe levate, seguiti dopo una decina di secondi da due aitanti poliziotti che correvano a gambe levate.
Namaste.

Ale
postato da t.lupo | 23:46 | commenti (4)


sabato, settembre 15, 2007
 

Miscellanea freestyle

La stampa ha scoperto l’esistenza di una comunità di alci in Brandeburgo, tra Berlino e Eisenhüttenstadt. In realtà è da anni che questi cervidi arrivano in Germania dalla Polonia.

Alcuni vedono nell’apertura del primo McDonald’s di Kreuzberg una minaccia per il quartiere. La multiculturalità di Kreuzberg, fatta di ristoranti e fast food a gestione familiare che offrono cucina verace turca, araba, asiatica, sudamericana, eccetera, ha subito la prima intrusione da parte della globalizzazione? Io sono convinto che già l’apertura, un paio di mesi fa, del China Box in Oranienstrasse non prometta niente di buono. Un fast food panasiatico di plastica da stazione.

Nicolas Berggruen, uno dei figli del collezionista e mecenate Heinz Berggruen, si dà all’acquisizione e al restauro di immobili berlinesi storici. La sua prossima impresa è restituire allo splendore degli anni ’60 il suo ultimo acquisto: il Café Moskau della Karl-Marx-Allee. Il palazzo chiuderà dopo il party di capodanno di radioeins e dovrebbe riaprire alla fine del 2008. Bob Young ha già trasferito al Week-End di Alexanderstrasse il suo GMF, party per uomini depilati, abbronzati e palestrati che si svolgeva ogni domenica notte nei sotterranei del Café Moskau.
A quanto afferma Berggruen figlio, una volta compiuta la pulizia filologica di interni ed esterni tutto tornerà (quasi) come prima. Bob Young potrà tornare a far sudare i suoi aficionado nella sede storica, se vorrà. O Barney Millah potrà riprendere con il suo “Reggae im Moskau”. Non sono in programma infatti tagli per il futuro, semmai arricchimenti e integrazioni di nuovi eventi. Tipo esposizioni d’auto e convegni.
Noi siamo un po’ dubbiosi. Soprattutto Lupo. A me in realtà affascina l’idea del restauro filologico: elimina le lampade postume e rimettici una copia di quelle originali, scrosta la mano di giallo in corridoio, rimuovi quelle pareti posticce e rivernicia la copertura metallica del tetto. Fai tornate indietro il tempo a quando la Karl-Marx-Allee si chiamava Stalinallee e il Café Moskau era frequentato da alti e bassi funzionari dell’apparato statale. Il fatto è che con il restauro il luogo acquisterà prestigio e valore e tutto diventerà più costoso ed esclusivo.
Lasciando perdere il figlio, consiglio a tutti una visita al museo del padre. È piccolo e assolutamente non bulimico. Sono tutte perle quelle che Heinz Berggruen ha raccolto nel corso della propria vita. Vi ho visto i più bei Picasso che conosca (a me Picasso tendenzialmente non piace). E le più belle cose del mio amato Paul Klee: mi sono soffermato a lungo e quasi mi sono messo a piangere.

Ale

postato da t.lupo | 19:50 | commenti (5)


lunedì, settembre 10, 2007
 

Ieri io e Flea (ma non il bassista dei RHCP)  abbiamo partecipato alla sbiciclettata antifascista organizzata dall’Antifaschistische Iniziative Moabit in occasione della Giornata di commemorazione per le vittime del fascismo (seconda domenica di settembre). Siamo partiti dal monumento di Plötzensee, dove dal 1933 al 1945 furono giustiziati dai nazisti 2.891 oppositori politici. Eravamo in pochi, meno di cento. La maggior parte delle persone aveva più di cinquant’anni. Mi sarei aspettato più partecipazione da parte dei vari gruppi antifa berlinesi. Forse si sono fatti spaventare dall’orario (le 11.00 di domenica mattina) o forse non condividevano la linea politica degli organizzatori. Saremo stati in quindici sotto i trent’anni. Due portavano delle enormi bandiere della Vereinigung der Verfolgten des Naziregimes (Associazione dei perseguitati dal regime nazista). Prima di abbandonare Plötzensee gli organizzatori hanno distribuito bandierine di carta fatte in casa da attaccare alla bici. Io e Flea ci siamo scelti tra i pochi esemplari rimasti i più antideutsch, rispettivamente: “Deutschland? Nie wieder!” e “Nie wieder Deutschland!”. Durante il percorso saremmo poi stati apostrofati da un settantenne che correva con noi e ci chiedeva spiegazioni sugli slogan che sbandieravamo. È stato difficile difendere un’idea che non condivido, ovvero che non basta essere antinazionalisti, bisogna essere specificatamente antitedeschi in quanto tedesco è uguale fascista. Il signore si è congedato dicendoci che va bene essere contro la Germania nazista, ma contro la Germania in generale no. "È la mia patria", ha concluso, e ha quindi ripreso a pedalarci davanti.

La prima tappa di questo tour storico commemorativo in bicicletta è stata la casa dove visse Ottilie Pohl, parlamentare ebrea del Partito socialdemocratico indipendente uccisa a Theresienstadt. La seconda lo scalo merci di Moabit, una delle stazioni della capitale, assieme a Grunewald e Anhalter Bahnhof, da dove partivano le deportazioni per i campi di sterminio. La terza il monumento davanti alla nuova stazione centrale: un luogo molto inquietante. Un parco circondato da un muro di cinta in mattoni rossi dove dagli anni ’50 del diciannovesimo secolo fino agli anni ’50 del ventesimo sorgeva un carcere speciale di isolamento consistente di sole celle singole. Vi soggiornarono indipendentisti polacchi, l’uomo che attentò alla vita dell’imperatore Guglielmo I,  diversi protagonisti della Novemberrevolution e del complotto del 20 luglio, dopo la fine della Seconda guerra mondiale qualche nazista. Fu demolito tra il 1957 e il 1958.  Nel parco che lo sostituisce regna una quiete irreale. I colori sono il verde del prato inglese, il grigio degli elementi architettonici che ricordano la struttura del carcere e la ricostruzione di una cella, il rosso dei mattoni della cinta muraria e il bianco su cui spicca la citazione di un verso scritto in carcere da uno dei suoi detenuti illustri, giustiziato senza processo nel ’45.

La quarta tappa è stato l’incrocio tra la Friedrichstrasse e la Taubenstrasse, dove negli anni ’30 e ’40 la “gioventù swing” ballava il jazz, la “musica degenerata” dei negri, al café Imperator. La ragazza col megafono dell’Antifaschistische Initiative Moabit  ha descritto i frequentatori di questo locale come dandy di cultura liberal-borghese che non facevano resistenza attiva al regime nazista ma da questo venivano perseguitati in quanto esponenti di una cultura decadente e incompatibile con l’ideologia nazista. Venivano messi nello stesso calderone degli artisti delle avanguardie. Amavano vestirsi bene (si riconoscevano dai pantaloni a scacchi e da un ombrello che portavano sempre chiuso a mo’ di bastone da passeggio) e sognavano dell’America. Molti di loro riuscirono a vivere indisturbati, altri finirono in prigione o nei campi di concentramento.

La quinta tappa è stata Hausvogteiplatz, centro della sartoria berlinese che ebbe la sua massima espansione degli anni ’20 e ’30, diventando, prima che i nazisti facessero piazza pulita, uno dei settori economici più importanti per la città. La quasi totalità delle attività commerciali che si raggruppavano attorno a questa piazza erano gestite da ebrei. Secondo gli organizzatori furono questi sarti e imprenditori a creare in città lo shopping moderno: produzione di massa di vestiti alla moda a prezzi abbordabili che venivano poi venduti nei centri commerciali. Anche le esportazioni erano notevoli. Con l’avvento al potere dei nazisti iniziarono pogrom e provvedimenti di arianizzazione delle attività commerciali. Nel 1939 la piazza era completamente ariana, e la sartoria berlinese morì.

Per l’ultima tappa abbiamo sostato sul prato tra il tribunale di Mitte e le rovine del monasatero francescano di Klosterstrasse e abbiamo ascoltato delle sorti dell’avvocato Hans Litten, che nel 1929 osò accusare di omicidio il capo della polizia berlinese (durante le manifestazioni del Primo Maggio la polizia uccise 30 persone), nonché nel 1931 attaccare frontalmente Adolf Hitler difendendo i lavoratori che erano stati aggrediti dalle squadre d’assalto (SA) in un locale di Charlottemburg. Hitler non dimenticherà l’affronto e farà arrestare Litten la notte dell’incendio del Reichstag. Da allora l’avvocato fu trasferito da un campo di concentramento all’altro. Lo trovarono impiccato in una latrina di Dachau nel 1938.

A questo punto ci siamo salutati e ci siamo tutti trasferiti al Marx-Engels-Forum di fronte al municipio centrale, dove ci aspettavano una trentina di stand infomativi, un palco e varie mangiatoie. Mentre io e Flea incatenavamo le nostre biciclette, una signora tedesca appena scesa da una corriera di turisti mi ha chiesto chi fosse tutta quella gente. Le ho spiegato della Giornata di commemorazione per le vittime del nazismo e del nostro giro in bici appena conclusosi. Quando le ho chiesto se voleva un volantino mi ha risposto: “Sa, io faccio parte di una generazione che a queste manifestazioni era obbligata a partecipare. Mi creda, non serve a niente. Lasciate perdere.” E se n’è andata.

Ale

postato da t.lupo | 21:10 | commenti (5)


venerdì, settembre 07, 2007
 

Leggendo un paio dei miei post mai finiti ho ritrovato una nostra vecchia conoscenza, una di quelle persone incontrate a Berlino che abbiamo frequentato per un certo periodo e poi, non so, è successo qualcosa, niente di che, e la frequentazione si è interrotta. Il post, del dicembre 2003, è questo:

Ieri sera abbiamo rivisto B. dopo diversi mesi che non ci sentivamo. “Com’è andata poi quest’estate in Bosnia?” È stato bello rivedere i miei genitori e quei quattro amici che sono ancora lì, ha detto, ma per il resto è stato terribile. A Banja Luka ci sono una sacco di persone che conosco così, di vista, perché abbiamo fatto la stessa scuola o perché sono amici di amici eccetera; di questi, quelli che non sono emigrati e sono rimasti lì per il 90% sono diventati eroinomani; li vedevo per la strada e li riconoscevo appena, con alcuni ho scambiato qualche parola, ho cercato di fare qualcosa parlando con loro ma, figurati… C’è un’unica struttura di recupero a Banja Luka: una settimana di terapia, e una settimana che cazzo vuoi che faccia, costa 250 marchi, cifra che pochissimi possono permettersi, e l’estate scorsa c’era una lista d’attesa di 3.000 persone. Sì, sono stata anche a Mostar e Sarajevo, avevo degli amici lì, ma molti sono andati a lavorare a Zagabria. La situazione politica non mi è piaciuta per niente e lo stato dei media nemmeno. C’è questo gruppo editoriale che ha monopolizzato tutti i giornali e le riviste e… il gruppo Axel Springer [l’editore di Bild] in confronto è alta letteratura, non sono riuscita a leggere un articolo intero, mi dava il voltastomaco, comunque la sensazione che ho avuto è stata che la stampa avesse preso una svolta nazionalista disgustosa.

Fumavo una sigaretta in cucina pensando a questi amici scomparsi. Tra una tiro e l’altro ho acceso la radio e sono stato travolto dall’ultimo minuto di “Grace” di Jeff Buckley. Mi è venuta la pelle d’oca dalla testa ai piedi. Ora è meglio che mi prepari, ché devo uscire.

Ale

postato da t.lupo | 20:01 | commenti (2)


mercoledì, settembre 05, 2007
 

Ieri mi sono scassato la minchia e gli ho scritto. Era ormai la terza volta che questo tizio (o questa tizia) mi chiamava alle tre di notte. Il cellulare era per fortuna sempre spento; la mattina quando lo riaccendevo e-plus mi informava della chiamata senza messaggio. Tre volte è troppo, ho pensato. Devo dire qualcosa.
Mi sono trascritto il numero e gli ho scritto:

“ha già provato tre volte a chiamarmi nel bel mezzo della notte. ma la conosco?”

Dopo un’oretta è arrivata una risposta. Questa:

“ben senin hayranınım“

Dopo un’altra mezz’ora di nuovo:

“buluşal imi güzelim”

Ci ho dormito sopra e questa mattina ho fatto una ricerchina per accertarmi fosse turco. È turco. Per la prima frase ho addirittura trovato una traduzione su questo forum. È il verso di una canzone, che la bella wisalias traduce con: “i’m admirer to you”.
Per il secondo messaggio non ho trovato niente. Magari se qualcuno di voi sa il turco, o conosce qualcuno…
La mia risposta è stata:

“non parlo turco. credo proprio che abbia sbagliato numero. çık eyvanda gez hanım”

La chiusura l’ho presa dalla stessa canzone di cui parlano nel forum. Wisalias, che non ama proprio gli articoli, traduce con “go out to terrace and walk around”. Volendo citare la canzone mi sembrava il verso più appropriato, quello che più si avvicinava al concetto di “Stattene alla larga”. Mah. Solo io posso fare ‘ste cazzate. Vediamo se si fa ancora vivo.

Ale

postato da t.lupo | 22:39 | commenti (6)


lunedì, settembre 03, 2007
 

Guerrilla


Mi hanno rovinato per sempre la vista notturna verso Alexander Platz dal ponte di Warschauer Strasse sulla ferrovia. Prima era un arazzo perfetto di perimetri edilizi e molteplici punti luce, con i binari della S-Bahn in basso e la torre della televisione che si stagliava sul cielo nero. Ora, oltre a due enormi insegne gialle della METRO, è comparso un orrido tabellone luminoso animato della compagnia telefonica O2: vicino a Ostbahnhof sorgerà O2 World, il palazzetto dello sport per la cui costruzione fecero sloggiare l’Ostgut. Questa merda di cartellone rovina tra l’altro anche la vista dall’Oberbaumbrücke, dove ai binari si sostituisce l’acqua della Sprea.
Sto considerando l’ipotesi di farlo saltare in aria. Devo procurarmi un passamontagna e dei vestiti anonimi da buttare poi nel primo cassonetto. E, per non rimanere in mutande, il cambio pronto in un sacchetto della spazzatura legato con uno spago alla schiena a mo’ di zaino. E dell’esp.losivo.

Ale

postato da t.lupo | 18:08 | commenti (14)